The Handmaid’s Tale

Faithful

Sono una neofita, lo ammetto. Di serie ne ho viste poche. I film, quelli sì, mi appassionano senza invadere troppo la mia vita, le mie notti, il mio tempo libero. Hanno un inizio e una fine. Non recano troppe fatiche alla mia concentrazione a tempo. Che se la spreco tutta davanti a uno schermo – mi sono sempre detta – per le cose serie dove la trovo? La concentrazione, dico.

Qualche giorno fa ho finito di vedere su TIMVISION The Handmaid’s Tale, trasposizione televisiva del libro ‘Il racconto dell’ancella’ di Margaret Atwood.

Vi si racconta di un mondo governato dagli uomini. Secondo leggi scritte da uomini. Dove le donne sono destinate a non fare carriera, a non avere ruoli importanti nella società, a non potersi opporre alle regole decise dagli uomini, a non poter scappare in altri mondi. Le donne sono ridotte a una condizione di schiavitù e, per questo, denominate ‘ancelle’. Sono animali da riproduzione. Sono vagine. Sono uteri.

Tutte le critiche lette in rete descrivono l’ambientazione di questa serie come collocata in un ‘futuro distopico’. Perché in The Handmaid’s Tale, le donne-vagine, vittime di stupri, di derisione, di violenza fisica e psicologica, sembrano non empatizzare con le altre donne. Perché nel regime misogino ed estremista di questa serie dove la donna nasce, cresce e resta un essere inferiore, nessuna donna osa opporsi a un sistema che le è stato imposto da sempre come ‘giusto’.

Fortuna che tutto questo è una serie tv. Che nella realtà, di fronte a uno stupro, le donne solidarizzino con le altre donne. E che le donne abbiano ruoli diversi da semplici vagine (o fiche, perché no?), e che possano addirittura aspirare al potere, al pari degli uomini.

Finita questa serie ho deciso di vederne un’altra. Che se affatico tutta la concentrazione davanti a uno schermo, alla realtà, quella vera, magari non ci penso più…

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Occhi per ridere, occhi per piangere

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L’altra sera, in metro, assorta tra pensieri inutili e timeline di social dai facili scorrimenti, quasi non mi accorgevo dell’ingresso di due non vedenti. Lui, bastone in mano, capelli corti e sguardo assente. Lei, al suo fianco, piccola, minuta, mora e totalmente assorta: da lui.  

Non si parlavano. Non si guardavano. Si sentivano e basta. Lui voltava testa e corpo in cerca di presenze. Accanto, dietro, dinanzi. I suoi impercettibili movimenti corporei, la sua testa roteante mi raccontavano il disagio di un nero che lo circondava senza farsi vedere. Di un vuoto in cui cadere, di una presenza in cui sbattere che lui sentiva e affrontava con il sorriso sulle labbra e io guardavo impietrita.  

Lei lo avvinghiava in un abbraccio. Non si fidava di un bastone. Lei si muoveva con il braccio del suo compagno non vedente tra le mani. Mani che, di lì a poco, vedevo salire sulle sue spalle, sulla sua testa, per prenderla, misurare le distanze e baciarla.

Ecco. Ho visto una donna non vedente baciare la sua vista in una metro. 

E ho pianto.


Il mio teatro

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Avete mai visto i bimbi sulle giostre? Si divertono come matti su cavallucci di legno che girano. Immobili. Che se li osservate bene, capirete che la loro felicità è legata a quel momento fugace in cui mamma e papà gli fanno ‘ciao’ con la mano… e a nient’altro.

Ho ricominciato teatro. Quando arrivi in una nuova città e devi rifarti una vita con tanto di amici, conoscenti ed esperienze al seguito, nulla è meglio del teatro. Quel mondo dove troverai sempre delle persone che stanno cercando più o meno quello che cerchi tu. Una via di fuga. Una fonte di ossigeno. Quel posto dove liberare la mente e il corpo che nessuna terapia, palestra o hobbies può eguagliare.

Il mio teatro è sempre stato così. Mi ha sempre salvato.

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Quello che ho intravisto è l’aspetto comico dell’arte teatrale nella sua massima rappresentazione: il clown Augusto. Ho scoperto che, per poterlo mettere in scena, bisogna tornare bambini. Bisogna diventare protagonisti, accentratori, vanitosi. Perché se l’altro fa qualcosa, il clown lo saprà fare meglio. Se un uomo piange, ad esempio, il clown piangerà di più affinché tutti vedano il suo pianto. E se qualcuno ride, farà lo stesso. Ma di più. Perché tutti possano guardarlo e riderne, acora e ancora, sempre di più. Di quelle risate di pancia che ti fanno piegare in due dal pianto. Di quelle che, una volta finite, ti fanno piangere immergendoti nei pensieri più torbidi fino a farti ridere di nuovo. In un gioco di emozioni da tirare fuori che non possono mai essere contenute, ma che vanno esasperate, accelerate, amplificate al massimo fino a toccare il climax, fino ad annullare qualsiasi pensiero.

Il mio teatro è sempre stato così. Mi ha sempre salvato.


La verità sta in cielo

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Da quando è morta nonna seguo sempre Chi l’ha visto. Ho una sfilza infinita di amici che mi sfottono e continuano a chiedersi perché sia tanto appassionata a quel programma ‘da vecchi’ e la mia risposta è sempre una: perché quel programma, in Italia, risolve molti più casi di tutte le forze dell’ordine messe assieme. Perché in quell’appassionarsi a ciò di cui non si vuole parlare, alla ricerca delle persone nascoste, io ci vedo un po’ di me. Alle utopie, i non luoghi, i sogni e le speranze che da sempre creo, costruisco, inseguo e non raggiungo. E poi ci sarà pure un motivo se quella forza della natura di mia nonna, da piccola, me lo faceva guardare questo programma qui.

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Chi l’ha visto, da 30 anni a questa parte, non fa che parlare, tra gli altri, del caso Emanuela Orlandi, una giovane ragazza che, all’età di 15 anni, venne sequestrata nella Città del Vaticano senza essere mai più ritrovata. Nel film “La verità sta in cielo” di Roberto Faenza, si cerca di indagare attorno al sequestro, alle figure che hanno architettato la scomparsa della Orlandi e ai motivi che vi stanno dietro. A rappresentare il tutto, una sequenza di attori che, a parte un convincente Riccardo Scamarcio e un’appassionata e a tratti toccante Greta Scarano, mal si destreggiano tra battute, intonazioni, espressioni e stati d’animo. Insomma, se la sottoscritta odia promuovere ciò che non la colpisce, per una volta ha deciso di fare un’eccezione. Perché questa storia racconta male ma racconta una verità che resterà per sempre attuale: il Vaticano è il primo e unico colpevole della morte di una ragazzina innocente. I debiti della Chiesa con la Banda della Magliana sono il motore da cui parte e sulla base del quale finisce questa triste vicenda. Sono la massima rappresentazione di quanto il potere, che sia esso politico, mafioso o, peggio ancora, religioso, debba essere coperto e debba rimanere ‘pulito’, illeso, venerato fino all’ultimo. A costo di sacrificare qualche anima. A costo di occultare la verità. A costo di mentire e far mentire tutte e dico TUTTE le cariche della chiesa. Ma queste, è chiaro, sono solo supposizioni che, nel corso del film fa Sabrina Minardi (fidanzata di De Pedis, nonché tossica). Il film, infatti, ha un titolo ben preciso tratto da una risposta che Bergoglio diede al fratello della Orlandi: “La verità sta in cielo”. La verità sta dove nessuno la può trovare. O forse, nella rivisitazione che ne ha fatto il regista, la verità sta nella bocca di chi non si vuole sentire. Nelle convinzioni di chi non può avere credito perché tossico. E i tossici, si sa, mentono sempre. Che se mentono per fotterti i soldi e comprarsi la roba, è chiaro che, poi, mentano su tutto. Un po’ come quelli che accolgono le tue confessioni per assolverti.  Per comprarsi la tua fiducia e fotterti.

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Ma, diciamolo, si tratta pur sempre di supposizioni, di rivisitazioni cinematografiche. Insomma Manuela, è chiaro che tu sia viva e che stai bene. O forse, purtroppo, ha ragione Bergoglio: stai in cielo, a spiegare a Gesù e a tutti quei ‘potenti veri’ che cosa ne hanno fatto del loro nome. E del tuo.


Alla ricerca di Dory

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Continuo a pensare che i cartoni moderni siano prodotti per un target adulto. O che le generazioni adulte del momento abbiamo un assoluto bisogno di tornare bambine. Sempre che siano mai cresciute davvero…

Ieri ho visto “Alla ricerca di Dory” l’ultimo film della Pixar con la regia di Andrew Stanton, con Nemo, Marlin e il polpo Hank splendidi protagonisti a cornice di un’interprete perfetta: Dory. Nel sequel di Nemo, la pesciolina smemorata vive felicemente con i pesci pagliaccio conosciuti un anno prima quando, in uno dei suoi momenti di logorrea incontrollata, riaffiorano nella sua mente, alcuni, primordiali ricordi. Dory scopre di avere una famiglia e la trama del film si snoda attorno al ricongiungimento della pesciolina blu con i suoi cari. Un viaggio che sembra replicare le avventure di Marlin nella precedente storia, in cui occorrerà attraversare l’oceano, essere catturati dagli umani e ritornare al campo base, l’oceano, per ritrovare se stessi.

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Al di là delle repliche, i temi già visti, il ritmo del film (spesso lento e privo di colpi di scena), ho trovato questa versione dei ‘fatti’, discreta a livello registico, molto costruttiva a livello morale. Dory rappresenta, infatti, l’handicap. Marlin il pregiudizio. Nemo, semplicemente, il bambino, l’unico capace di vedere le cose così come sono, di trovare la genialità nella persona più che la critica nell’handicap. Come tutti i bambini del mondo (parlo dei bambini nella loro forma più pura e autentica) Nemo trova l’handicap della sua amica come qualcosa di assolutamente normale, addirittura geniale: perché Dory non ha tempo di organizzare, pensare, valutare. Dory perde la memoria e, per questo, è abituata ad agire in fretta, d’istinto, prima di perdere di vista quale fosse il suo obiettivo. Dory insegna ad agire d’istinto. A fidarsi dell’altro, che sia un pesce pagliaccio, un fantastico polpo con cui mimetizzarsi, un beluga o uno squalo balena. E si salva. E il suo metodo, applicato a fine film da Marlin, salva anche lui.

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Eppure viviamo in un modo terreno fatto di umani ben più crudeli di quelli incontrati nel film. Gli handicap reali vengono disprezzati, discriminati, derisi. Dory ha la fortuna di dimenticare e in fretta anche. Nella nostra società nulla si dimentica. Si deride l’handicappato così come l’insicuro, la fidanzata filmata al cellulare come il compagno di scuola dai vestiti sgualciti. Non ci sono polpi Hank capaci di prenderci, mimetizzarci e renderci invisibili agli occhi degli altri. Non ci sono memorie a breve termine che ci aiutino a cancellare le offese. Non c’è un oceano, un campo base che ci permetta di salvarci. Il dramma è che siamo e continueremo sempre più ad essere alla ricerca di una generazione che sembra destinata a perdersi per sempre.


PEREPEPÈ, piccoli concerti per orecchie che crescono

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Tempo fa, per lavoro, conobbi un tipo dal nome curioso: ZioBurp. In realtà ZioBurp era l’uomo che andavo a sostituire nell’agenzia nella quale ero stata presa e, per curiosare su cosa mi aspettasse, lo contattai su Twitter pensando che non mi avrebbe mai risposto. Invece mi rispose e, da allora, diventò il mio eroe preferito.

ZioBurp è un papà. Un grande papà. Grande perché piccolo, perché capace di descrivere, ai grandi, ogni cosa come se fosse una favola. Che si tratti di un suo viaggio in macchina piuttosto che della lumaca appena trovata in giardino, del campeggio della figlia o delle sue performance canore, ZioBurp è un social-papà incredibilmente bravo a mantenere alto il tempo medio di permanenza di un utente nella lettura dei suoi post. Perché, fidatevi, quando scrive Zioburp, credo che nessuno riesca ad accontentarsi di titolo e sottotitolo (come in genere, la popolazione media, può fare con i più illustri quotidiani di informazione). Di fronte alla storia in cui lui e la figlia lasciavano per sempre una lumaca, io sono rimasta imbambolata su Facebook, a leggere le sue 43 righe (trattenendo le lacrime), almeno per 5 minuti. Per questo ZioBurp è un eroe. Ma anche perché si è inventato Perepepè.

Perepepè è uno spettacolo musicale per bambini e ragazzi con protagonista la musica dal vivo di diversi generi ed epoche e le migliori storie reali o fantastiche per farla scoprire ai più piccoli. Un po’ come  “La pecora fa be” questa iniziativa nasce dalla presa di coscienza che in un’epoca in cui tutti i bimbi sono sempre più esposti a stimoli di ogni genere, mancano dei progetti di valore per farli entrare in contatto con la cultura (musicale in questo caso) nella sua dimensione più naturale, progetti capaci di associare il divertimento all’apprendimento.

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In una società globalizzata e multietnica, l’alleanza tra storia raccontata e performance musicale “live” può svolgere una funzione di integrazione e comunicazione importante offrendo ai più giovani le basi per conoscere culture, popoli e storie diverse. Perché la storia della musica (e delle musiche) è uno sconfinato contenitore di risorse e strumenti di educazione all’emozione, al rispetto, alla bellezza di cui – oggi più che mai – non possiamo fare a meno.

Nato a Pavia nel 2015 dall’iniziativa di alcuni genitori e insegnanti, Perepepè è uno spettacolo leggero e versatile (della durata di 50-60 minuti) che può adattarsi a diversi spazi e target, un viaggio nel tempo che può percorrere le diverse epoche della musica (dal Rinascimento, alla Classica del ‘700, alla musica operistica, dal blues al folk al jazz) e nello spazio (che può esplorare culture musicali mediterranea, celtica, africana, indiana, araba, orientale). Gli elementi fondamentali per assistere ad una performance Perepepè sono uno spazio e un pubblico di bambini (o ragazzi). Lo spettacolo (che ha per protagonisti rigorosamente musicisti professionisti) può andare in scena per esempio in un’aula scolastica, in una biblioteca, in una libreria, in un teatro, in una piazza all’aperto, in un ospedale, in un campo di rifugiati magari…

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In una delle tante storie pubblicate su Facebook, ZioBurp raccontava di quando la sua bimba non avesse voglia di suonare il violino nel corso di una festa scolastica e di come lui, per farle capire l’importanza che avrebbe avuto quella performance le disse: “Da domani tu non sarai più tu. Per gli altri bambini della scuola, tu sarai ‘la bimba che suona il violino’. E ci saranno un sacco di bambini che andranno da mamma e papà, domani, a chiedere di imparare a suonare uno strumento. Perché tu li avrai ispirati, perché la tua musica li avrà educati a un’emozione che prima non conoscevano…”.

Per prenotare uno spettacolo Perepepè contattate: zioburp@gmail.com.

Poi tornate qui e fatemi sapere se non avevo ragione.

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Alla scoperta di Bruce Springsteen 

 
Di musica, io, ci capisco poco e niente. Ho amato i Queen, i Beatles, le stanze senza pareti di Mina, le canzoni di Natale di Morgan e gli attimi senza fine di Paoli. Col tempo mi sono appassionata a Benvegnù, Carnesi e Casablancas passando da un genere all’altro senza dare un senso ad ogni variazione, ascoltando in loop qualunque novitá mi piacesse o mi proponessero e rimanendo ancorata, sempre e comunque, ai mitici anni ’80 con un pressappochismo che fino a l’altro ieri non mi aveva recato alcun problema. Già, perché l’altro ieri mi hanno regalato un ingresso per il concerto di Bruce Springsteen…

Anni fa, Stefano, il mitico direttore della testata giornalistica per la quale lavoravo, mi lasciò in piena diretta, durante i Mondiali di nuoto, dicendomi che la priorità, per lui, in quel momento, tra fratelli Marconi che saltavano in sincro e sincronette che impostavano cigni acquatici, era quella di vedere il boss. Lo presi per pazzo e al suo “Dici così perché non hai mai visto un suo concerto dal vivo”, lo presi per pazzo due volte.

E con lui, presi per pazzi tutti quegli amici, conoscenti, colleghi che mi narravano storie inverosimili di loro che giravano il mondo per non perdersi neanche una data del concerto del boss. Che io a queste fedi adolescenziali non ci avevo mai creduto. Che già le fedi serie, quelle religiose, mi facevano spavento, figurarsi girovagare per il mondo seguendo il ‘verbo’ di uno che si fa chiamare boss. 
Poi, l’altro ieri, sono stata ad un concerto. Ho conosciuto Bruce e da agnostica convinta oggi mi dichiaro umilmente devota.

 
Il concerto iniziava alle 20:00 al Circo Massimo di Roma. Il boss si é presentato circa venti minuti dopo, quando il cielo da azzurro cominciava a diventare ambrato. Con lui, sul palco, una piccola orchestra di archi, quindi la moglie, il sassofonista, il batterista e pochi altri ai quali, nel corso di quattro ore di concerto, mi sarei pian piano appassionata. Non so dirvi se Bruce abbia cantato i suoi cavalli di battaglia, se i musicisti abbiano azzeccato tutte le note o se la sua voce fosse più o meno graffiante del solito. So solo che, a Roma, per la prima volta in vita mia, ho visto un vero artista cantare, emozionarsi, commuoversi e divertirsi con la sua band. Sul palco, Bruce ha mostrato l’anima della musica, quella che i virtuosismi vocali di certi cantanti o le performance danzerecce di altri continueranno, per sempre, a mettere in ombra. Lui aveva un microfono, i suoi strumenti, la sua famiglia attorno e il suo pubblico. Che a guardargli gli occhi negli schermi giganti, ti faceva sentire parte di quella famiglia. Ti pareva quasi che assieme a noi, nei nostri cori dall’inglese stentato, potesse commuoversi anche lui. Che se il regista si fosse soffermato ancora un attimo su quegli occhi, è chiaro che li avresti visti lacrimare.

Che poi dico: anche solo vederlo lì a ridere e sorridere, a correre tra la folla, a tirar su i suoi fan per farli cantare e suonare con lui, ti faceva venire voglia di averlo come papà uno così. O come Papa. Insomma, il boss aveva 60mila persone lì davanti e a tirare le fila, alla regia, c’erano le sue emozioni contagiose. C’era una bella famiglia che si divertiva sul palco di cui per quattro ore potevi sognare di far parte alzando semplicemente le mani al cielo. Altro che stragi, binari unici e colpi di stato fittizi. Altro che volti tristi e silenzi. A Roma, l’altra sera, ho visto un mondo di gente che ballava e rideva e cantava tra la polvere. Sotto lo stesso cielo, con la stessa lingua (un po’ improvvisata) senza gli stessi pensieri.