Archivi del mese: novembre 2013

Un Piccolo Principe #indifesa dei piccoli… o dei grandi?

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Oggi, un evento mi ha portato a restare seduta per circa otto ore.

Dinanzi a me, a turno, la gente.

Una mostra che prevedeva: papà orgogliosi, donne egocentriche, zii insofferenti, artisti conosciuti, saggi barbuti, critici saccenti, conoscenti anonimi e.

E poi c’erano loro. I ‘noi’ di mille anni fa. La ‘me’ che dimentico e che cerco di ritrovare nei corsi di teatro, nell’odore del pongo, nelle capriole sul prato, nel sapore delle patatine sulle dita, nei polpastrelli rattrappiti dopo un bagno caldo, nel solletico.

C’erano i Piccoli Principi…

Terres des Hommes, l’altra sera, al Franco Parenti di Milano ha cucito a mano una ‘coperta’ in difesa dei bambini. Per renderla ‘appetibile’, ha giustamente utilizzato delle stoffe pregiatissime (dalla D’Urso alla Casalegno passando per la Maionchi e Cenci), comunicando, nella maniera più semplice, il messaggio più difficile: in un’epoca in cui la corsa ci nobilita per i traguardi più che per l’attenzione che diamo ai singoli passi e dove finiamo tutti, inesorabilmente, calpestanti e calpestabili, nella dimenticata voglia di approfondire, di porre attenzione al particolare della scrittura come della parola, della qualità come della profondità della singola vita e delle singole ore che la compongono, Terres des Hommes ci ha fermato e ci ha detto: “Guarda bene cosa ti succede attorno. Guarda quanti bimbi non sognano più. E non perché hanno la tua età, ma perché sono caduti dall’infanzia troppo presto!”

Chi meglio del Piccolo Principe poteva ‘raccontare’ quanto possa destabilizzare l’approccio col mondo degli adulti che non vedono, che non fantasticano più? Chi meglio di lui poteva accusarci di esserci dimenticati di com’eravamo e di come sono i bimbi, oggi.

L’operetta morale di Antoine de Saint-Exupéry rappresenta, forse, l’unica arma che ci resta per proteggerci dai futuri ‘noi’ violentatori, superficiali, criminali, ossessivi, apatici, corridori. E per quanto, per sensibilizzare il mondo sulla difesa dei bimbi, Terres des Hommes abbia utilizzato ‘stoffe’ pregiate (a parte me che tappavo forse un buco) la coperta che ne è venuta fuori è ancora troppo piccola per difendere tutti i Piccoli Principi privi di voce, dalla voglia di farsi ‘salvare’ addirittura da un serpente…

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La vie d’Adele

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L’acqua ha un vizio: quello di pesare. La gravità di ciò che è visivamente diafano, il suo naturale spingersi verso la ‘bassezza’ è visto, da questo mondo, da questi umani, come l’antitesi della virtù…

 La vie d’Adèle è un documentario sull’adolescenza.

C’è una lei, Adèle, ingorda di cibo, di esperienze, di vita.

C’è una comitiva scolastica invadente e giudicante.

C’è un colore che destabilizza la ‘normalità’: il blu (il colore dell’acqua?).

C’è una passione travolgente e stravolgente che investe la vie della protagonista.

C’è un dolore: sentito, vissuto, sopportato, trasmesso, non dalla protagonista del film, ma da quell’Adèle Exarchopoulous,  che sembra essere la reale protagonista della storia.

C’è una progressione poetica che pervade il ‘primo capitolo’ del film soppiantata da un’irruenza inaspettata e spiazzante.

C’è un desiderio di riscatto, nel pubblico, nell’obiettivo delle camere da presa: mancato.

 Tutto questo e molto altro caratterizza le tre ore di pellicola digitale diffuse in questi giorni nei cinema italiani, forti di una locandina ‘marchiata’ ad hoc con un ‘vincitore del festival di Cannes’, vessillo di impareggiabilità e raccomandazione poco velata.

Quello che ho visto è stato innanzitutto il pubblico: una moltitudine di anziani benpensanti portavoce di imbarazzi italici.

È stata la rappresentazione di un’insicurezza: quella della protagonista, le di cui soggettive, i primi piani traballanti (giustamente ripresi con camere a mano) sapevano di equilibrio mancante.

È stata un’età, una generazione, vorace di passioni, di desideri altrui e priva di un attimo di consapevolezza e di un occhio introspettivo teso alla realizzazione del sé.

 “L’acqua ha un vizio: quello di pesare. La gravità di ciò che è visivamente diafano, il suo naturale spingersi verso la bassezza è visto, da questo mondo, da questi umani, come l’ antitesi della virtù”: questo è quanto emerge da una lettura scolastica, tra i banchi del liceo. Una lettura che trova Adéle disattenta, concentrata nel più angusto degli Iperurani, dove tra il ‘senso’ e il ‘desiderio’, tutto si contrae e si disperde senza mai arrivare.

 …Un po’come questo film.