La vie d’Adele

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L’acqua ha un vizio: quello di pesare. La gravità di ciò che è visivamente diafano, il suo naturale spingersi verso la ‘bassezza’ è visto, da questo mondo, da questi umani, come l’antitesi della virtù…

 La vie d’Adèle è un documentario sull’adolescenza.

C’è una lei, Adèle, ingorda di cibo, di esperienze, di vita.

C’è una comitiva scolastica invadente e giudicante.

C’è un colore che destabilizza la ‘normalità’: il blu (il colore dell’acqua?).

C’è una passione travolgente e stravolgente che investe la vie della protagonista.

C’è un dolore: sentito, vissuto, sopportato, trasmesso, non dalla protagonista del film, ma da quell’Adèle Exarchopoulous,  che sembra essere la reale protagonista della storia.

C’è una progressione poetica che pervade il ‘primo capitolo’ del film soppiantata da un’irruenza inaspettata e spiazzante.

C’è un desiderio di riscatto, nel pubblico, nell’obiettivo delle camere da presa: mancato.

 Tutto questo e molto altro caratterizza le tre ore di pellicola digitale diffuse in questi giorni nei cinema italiani, forti di una locandina ‘marchiata’ ad hoc con un ‘vincitore del festival di Cannes’, vessillo di impareggiabilità e raccomandazione poco velata.

Quello che ho visto è stato innanzitutto il pubblico: una moltitudine di anziani benpensanti portavoce di imbarazzi italici.

È stata la rappresentazione di un’insicurezza: quella della protagonista, le di cui soggettive, i primi piani traballanti (giustamente ripresi con camere a mano) sapevano di equilibrio mancante.

È stata un’età, una generazione, vorace di passioni, di desideri altrui e priva di un attimo di consapevolezza e di un occhio introspettivo teso alla realizzazione del sé.

 “L’acqua ha un vizio: quello di pesare. La gravità di ciò che è visivamente diafano, il suo naturale spingersi verso la bassezza è visto, da questo mondo, da questi umani, come l’ antitesi della virtù”: questo è quanto emerge da una lettura scolastica, tra i banchi del liceo. Una lettura che trova Adéle disattenta, concentrata nel più angusto degli Iperurani, dove tra il ‘senso’ e il ‘desiderio’, tutto si contrae e si disperde senza mai arrivare.

 …Un po’come questo film.

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