Archivi del mese: novembre 2014

Banane

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Se un copy pubblicitario mi chiedesse di descrivergli il concept di “Banane” in due righe gli direi che si tratta di uno spettacolo di Francesco Lagi con Francesco Colella, Leonardo Maddalena, Aurora Peres, Mariano Pirrello (suono di Giuseppe D’Amato, scene di Salvo Ingala, mlg di Regina Piperno, regia di Francesco Lagi) che rappresenta uno scorcio di vita dove una donna del sud, Palma, infinitamente goffa, fintamente ingenua, raggiunge Pino, un lontano parente (pro-cugino per l’esattezza) a Roma e gli chiede ospitalità nei pochi giorni che la vedono protagonista di qualche scatto con anonimi professionisti capitolini.

Pino è un burbero poco incline alla gentilezza, alla pulizia, al dialogo. La sua alcova è un agglomerato di capelli. Pino li perde ma non è disposto a lasciarli andare e li tiene lì, sul letto, sul pavimento, sulla poltrona, sempre al suo fianco, a colmare tutto quel vuoto che lo circonda. Così come tiene lì, tra le mani, un libro. Un grande, gigantesco libro del profeta Eliseo pieno di frasi e parole, tutte quelle parole, tutte quelle tante, troppe parole che lui non riesce a dire, tantomeno ad ascoltare…

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Palma gli parla in dialetto e Pino non la capisce. Palma gli parla in italiano e Pino non l’ascolta. Passano i giorni e la bellezza di Palma infrange il muro che Pino ha creato tra i due, complice l’incursione nella storia di Elio, l’amico di Pino, un ricco fallito totalmente affascinato dalla genuinità della donna del sud. Ma l’incontro tra i tre è breve, breve è il tempo a loro disposizione per capire ‘chi’ vuole ‘cosa’, o ‘cosa’ dire a ‘chi’. Palma riparte per la Puglia e cala il buio sulla scena. Lo stesso buio che scandisce ogni cambio-set dello spettacolo. Un set caratterizzato da un solo elemento scenografico: delle cassette per la frutta, “banane” in particolare. Quelle che si gustano al palato ma che, da sempre, vengono associate a dei grandi scivoloni involontari…

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Passa un anno e Pino ed Elio saltano in macchina pronti a raggiungere Palma. Senza soldi, senza meta, senza troppi itinerari da organizzare (l’importante, per Pino, è sempre e solo “fare un giro”), i due arrivano al sud e qui si scontrano con la cruda realtà: Palma è fidanzata con Max, un uomo al limite tra il genio e l’inettitudine che viveva della felicità condivisa col suo cane Pigna, felicità infranta da un incidente che vede Pigna ridotto a uno stato vegetativo, nutrito da una flebo e dall’amore del suo padrone. Perché “la felicità – dirà Max in una scena – non esiste, è solo un’invenzione delle persone”, e quello che c’era oggi, domani può non esserci più. Lo si può cercare nel rumore del vento tra le onde del mare, nell’assistere, assieme, alla cremazione di chi si è amato in due, ma la verità vera, a fine spettacolo, sembra essere una: la felicità sta nel cogliere gli attimi in cui si sta perdendo ciò che si è amato. Che sia l’amico in partenza, la compagna, il conoscente, esiste un attimo fatto di musica, di abbracci, di sguardi che possono dire tutto quando nessuna parola riesce a dire niente.

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Personalmente avevo già apprezzato Francesco Colella nell’interpretazione di Zigulì. Adesso scopro Leonardo Maddalena, Aurora Peres, Mariano Pirrello e mi rendo conto di quante risate, quante emozioni, quanta bravura il grande pubblico si stia perdendo. Quanta impegno questi quattro attori e un bellissimo cane siano riusciti a mettere in questo spettacolo dove, tra il pubblico, c’erano quasi solo amici e conoscenti. E centinaia di poltrone vuote. Svuotate da gente che preferisce indubbiamente guardare cani di attori e pagare una fortuna per poter dire, l’indomani: “Ho visto lo spettacolo di…”.

Io ieri sera, al Teatro Ringhiera di Milano, ho visto “Banane” della compagnia Teatrodilina. Ho pianto dei pianti dei protagonisti nell’ascolto del verso “C’è gente che ama mille cose e si perde per le strade del mondo…”.

Io ieri sera ho sentito gente dire “Quello che riguarda te, anche se tu non ci pensi, riguarda me… e questo è amore” e mi è sembrato di poter respirare, finalmente, in questa Italia, un po’ di sana e pura poesia.

P.S. Non sono riuscita a raccontare Banane in due righe. I grandi attori che me l’hanno presentato ne meritavano molte di più.

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Nati per muoverci

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Da tre giorni cammino più che posso. Per andare al lavoro, per tornare a casa, per evitare le scale mobili, per raggiungere il centro della mia città. E mi muovo. Cerco di sgranchire le gambe sotto la scrivania, drizzare la schiena almeno ogni 20 minuti, muovere le pupille. Spostarle dallo schermo alla ricerca di un nuovo fuoco. E di parlare. Perché anche il movimento della lingua abbia un suo perché.

Da tre giorni ho letto “Nati per muoverci” di Nerio Alessandri e ogni volta che incrocio un amico, una delle mille menti brillanti che, oggi, non riescono a trovare lavoro, gli dico:

“Leggi quanto dice Nerio!”.

“Nerio chi?”, mi viene chiesto il più delle volte

“Alessandri, il fondatore di Technogym”, rispondo.

La proposta successiva all’imperativo, questa volta molto più amichevole e, soprattutto, ambiziosa è: “impara tutto ciò che dice, guarda la sua vita come fosse una Bibbia e imponiti un obiettivo: conoscerlo”.

Perché, secondo me, uno che ha vissuto una vita del genere, un visionario che, senza alcun mezzo (economico e tecnologico) per guardare avanti, sia riuscito a fare quanto fatto da quest’uomo, non ci si può limitare a ‘leggerlo’. Forse in quanto nella lettura ci vedo ghost writer o correttori di bozze, ci vedo l’autocensura e i ricordi mancati. Io, dopo aver letto una vita del genere, vorrei riviverla con le parole del suo protagonista. E vorrei vederlo nelle scuole, alle università, nelle cliniche di recupero di depressi sociali. Io lo vorrei sentire motivare, smuovere le masse semplicemente raccontando la sua storia. La storia di un bambino che guardava il mondo dalla sua finestra e non si limitava a vederlo passare. Lo osservava fino in fondo, fino al minimo dettaglio. Per scoprirne i perchè, per analizzare quanto la distanza delle piante, l’una dall’altra potesse influenzarne il colore d’insieme. Per scoprire, crescendo, come dalle esigenze delle persone, dai loro bisogni, possa nascere una creazione. E come una creazione adattata al singolo, possa diventare mille creazioni che rispondano alle esigenze del mondo.

Nerio aveva qualche anno appena quando sentiva gli zii parlare di affari. Quando capiva il potere della parola e dell’onestà. Crescendo, a questi due ingredienti aggiunse l’umiltà e, assunto in una delle più importanti aziende della Cesena degli anni ’70, iniziò a diventare ‘grande’ partendo dal gradino più basso…

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Qualche giorno fa un amico 40enne mi ha detto di aver evitato di mandare un cv perché l’offerta di lavoro non corrispondeva ai suoi valori morali. Che il suo analista ha commentato il suo atteggiamento come “evitante” e che, a quel punto lui ha mandato il cv consapevole del fatto che, alla sua età, sarà difficilissimo che qualcuno lo chiami…

Nerio voleva fare lo stilista. Un umile ragazzino di provincia ambiva a fare lo stilista negli anni ’70. Per farlo mandò una lettera ad Armani e ancora oggi, quella lettera non ha ricevuto risposta. Nerio, allora, entrò nella più grande azienda di cui sopra. Il suo compito era analizzare i marchingegni che pesavano la frutta e trasformare le unità di misura americane in metriche italiane (Nerio se mi leggi abbi pietà: io di meccanica e misure so ben poco!). Nessuno dei dipendenti di quell’azienda voleva fare quel lavoro, immagino perchè “non rispondesse ai valori morali” dei lavoratori dell’epoca. Nerio lo fece. E comprese quanto nessuno sapeva. Imparò ad analizzare il dettaglio, a comporre i macchinari e tutto quanto ci fosse alla base della creazione di questi ultimi. Ben presto le sue conoscenze vennero valorizzate dal suo capo, ma soprattutto, da se stesso: Nerio scoprì una palestra, nella quale andava ad allenarsi, assolutamente priva di macchinari per farlo. Lui non sapeva nemmeno che dall’altra parte del mondo questi macchinari ci fossero già, ma sapeva che in Italia mancavano e cominciò a costruirli. Uno per uno. Nel garage di casa. Al freddo.

A 22 anni lasciava il posto fisso per dare vita a quella che oggi verrebbe definita una un start-up, una pazzia (a detta di sua madre) che oggi dà lavoro a 2000 persone, una follia conosciuta ormai in tutto il mondo per la qualità, la cura del dettaglio, l’innovazione dei suoi prodotti e del suo concetto di Wellness (uno stile di vita basato su attività fisica regolare, una sana alimentazione e un approccio mentale positivo). Nel suo libro Nerio parla delle grandi collaborazioni di Technogym con il mondo dello sport (da quella con Milan, Juventus, Senna, Schumacher alle ultime sei Olimpiadi per le quali è fornitore ufficiale, dagli incontri con Bill Gates a Bill Clinton) della costruzione di ogni singolo macchinario per rispondere alle esigenze di ogni singolo personaggio, di ogni singolo uomo.

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Parla di quanto la fame dell’epoca che lo vide giovane lo aiutò nell’impresa di riempire il mondo che lo circondava di tutto quanto a quel mondo mancasse.

Oggi, di fronte a un’idea appena partorita i miei coetanei, io in primis, vado su google e mi arrendo: internet me la presenta già esistente e la mia idea, io con lei, diventiamo superate. Diventiamo piccole e impotenti.

Nerio affrontava un colosso come l’America che, già da tempo, aveva creato quello che lui si cimentò a sperimentare nel garage di casa sua. Lo fece da incosciente? Forse. Ma quando scoprì che dall’altra parte del mondo ci erano già arrivati, quando attraverso le riviste di body building si rese conto che tutto quanto lui avesse creato ex novo esisteva già, lui andò avanti. Pensò a quanto nessuno, in questi anni fatti di agi, comfort e vizi riesce a pensare:

“C’è già? Beh, io lo farò ancora meglio, allora”.