Archivi del mese: dicembre 2014

Dentro la Traviata. Intervista a Francesca Dotto

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Dal 23 novembre al 7 dicembre, al Teatro La Fenice di Venezia, è andata in scena “La traviata” (allestimento di Robert Carsen e Patrick Kinmonth) opera simbolo del teatro veneziano che le diede i natali il 6 marzo 1853. Diretta dal venezuelano Diego Matheuz, interpretata da Leonardo Cortellazzi nella parte di Alfredo e Francesca Dotto nella parte di Violetta, La traviata insegna come l’epilogo di Violetta, sviluppato in tre atti, sia lo stesso che attanaglia l’umanità dei nostri giorni: da una nascita “sempre libera” alle ore in cui “cessano gli spasmi del dolore”, stressiamo l’importanza della notorietà, del denaro, della pochezza dei non-valori per poter rimanere in vita. Per poter restare circondati dall’altrui ammirazione o, semplicemente, compagnia.

Quanto può essere attuale un’opera del genere? Tanto, drammaticamente troppo insegna Carsen che mette in scena, senza troppe difficoltà, uno spettacolo moderno che si erge sulle contraddizioni tipiche dei nostri anni, dove ad abiti sfarzosi si oppongono feste pacchiane ambientate in night club, dove al denaro (a quell’attaccamento alla materia, alla ricchezza, alla bassezza che fa “piangere” addirittura gli alberi), si oppone la miseria dell’uomo, solo, negli ultimi istanti di vita, in una stanza vuota. Vuota di crudezza, di superficialità, di gente, di ipocrisia. Una stanza, un mondo, dove resta solo l’amore: un “tutto” che non può essere abbastanza.

Ma cosa c’è dietro a un personaggio sicuro e fragile, sensuale e brillante, aggressivo e dolce, come la Violetta interpretata dalla soprano Francesca Dotto, la cui accorata voglia di amare ha riacceso le luci de La Fenice nel suo ultimo, lancinante, grido alla vita? Cosa si nasconde dietro a un personaggio la cui morte ha gettato gli spettatori in uno stato di totale impotenza? Quanto studio è stato fatto attorno a una performance lirica di questo calibro? A voi le sue parole, raccolte in una mail all’1:30 di notte, quando Francesca ha risposto alla mia intervista con l’umiltà tipica di chi può solo diventare grande…

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Hai studiato flauto traverso, poi da dove é nata la passione per il canto, quindi la lirica? Hai visto, sentito qualcosa che ti ha fatto scegliere di intraprendere questa strada?

È vero, ho studiato flauto traverso, ma ero già appassionata alla musica da molto tempo, al canto in particolare. Nella mia famiglia si è sempre cantato molto: dallo Zecchino D’Oro ai canti popolari, passando dalle canzoni di chiesa.

Non c’è mai stato nessun melomane in casa, nessuno che mi abbia indirizzato in particolar modo alla lirica, ma di certo abbiamo sempre cantato tutti molto e insieme.

Diciamo che mi sono appassionata all’opera attraverso il flauto magico, (forse ero alle elementari). Non so, mi affascinava quel mondo fiabesco, la cattiva Regina della Notte… La povera Pamina mi ricordava un po’ Biancaneve e poi mi piacevano Papageno e Papagena. Così ho iniziato lo studio del flauto traverso e i miei insegnati (sia di solfeggio ma in particolar modo il M° Enzo Caroli, di strumento) mi hanno sempre detto di esser particolarmente intonata e dotata nel canto. Ho suonato e cantato nel coro della chiesa e poi un giorno ho pensato che potessi realmente fare del canto la mia professione: tenerlo come hobby non era più abbastanza. Da lì c’è stato il fortunato incontro con Elisabetta Tandura (che è tuttora la mia insegnante) ed è iniziata la mia avventura.

Quanto tempo impieghi a preparare una performance, quanto tempo prima hai cominciato a studiare Violetta, ad esempio?

Debuttare un ruolo richiede sempre una grande consapevolezza di quello che si sta andando a fare. Non basta cantare. Bisogna documentarsi, ricercare le fonti storiche, i romanzi, le biografie, leggere i libretti e studiare lo spartito. Questo è un tipo di lavoro che si inizia ogni volta che si decide di interpretare un personaggio e che poi non ha mai fine.

Nel caso di Violetta ho iniziato lo studio delle singole arie 3 anni fa circa, prima avevo iniziato col leggere, ovviamente, la Signora delle Camelie di Dumas, poi ho ricercato notizie nel web e ho approfondito con alcune biografie. Ogni volta, a seconda del regista e del direttore con cui ho l’opportunità di lavorare, è una nuova sfida per me, un arricchimento. Produzione dopo produzione aggiungo un tassello che mi aiuta a capire di più. Anche guardare altre colleghe, capire la loro interpretazione, spesso e volentieri mi offre nuovi spunti. E proprio questo è il bello del mio mestiere: più ascolto e studio un’opera più capisco il compositore, entro nel suo mondo e mi accorgo di nuovi particolari. È incredibile, ma ci sono tantissimi piccoli dettagli che scopro volta per volta, così è come se fosse sempre una novità e questo mi dà l’opportunità di mettermi in gioco.

Ovviamente dopo aver studiato tutto quello che sta attorno non si può tralasciare l’aspetto vocale, direi fondamentale. Avere una buona tecnica, studiare costantemente e tenere allenata la voce è di primissima importanza. Violetta è sempre in scena e la scrittura che Verdi le riserva nel primo atto non è la medesima del secondo o del terzo. Bisogna saper arrivare alla fine con intelligenza secondo me. Saper dosare la voce e le forze senza esaurire tutto dopo l’aria del primo atto.

Come alleni la memoria?

Fortunatamente ho una buona memoria. Certo, lo studio che noi cantanti facciamo è quotidiano, perché dobbiamo imparare a memoria molti ruoli di altrettante opere, ma non ho grossi problemi a riguardo. Poi, ovviamente, dipende dal tempo che ho a disposizione. A volte mi è capitato di aver poco tempo e di dover passare tutto il giorno a leggere, ascoltare, cantare e memorizzare. Per La traviata ad esempio c’è stato un periodo in cui mi alzavo di notte per ripetere la lettera del terzo atto. A dire il vero, non era un problema di memoria, ma non riuscivo a trovare l’accento giusto, la giusta drammaticità interpretativa e questo mi rendeva irrequieta, non so quante volte al giorno la ripetevo, perfino di notte appunto.

Dormi prima di andare in scena?

Dipende da quanto sia tesa in genere. Capita di passare notti insonni, ma ancora riesco a dormire tranquilla. Certo dopo le recite si ha l’adrenalina in circolo perciò ci si addormenta piuttosto tardi, ma è normale. Proprio prima di cantare, invece, io non dormo. Per cantare tutto il corpo dev’essere sveglio, proprio come quello di un atleta. È impossibile fare i 100 m ancora addormentati e così è per noi. Se pensiamo che ogni persona appena si alza ha una voce molto più bassa rispetto a come ce l’ha durante il giorno, beh noi non riusciamo a raggiungere le note più acute appena svegli. Diciamo che ho bisogno di un paio d’ore, se non di più, prima che la voce e il corpo siano belli pronti.

Cosa ti è piaciuto in Violetta?

Di Violetta mi piace la sua febbre, il suo essere fino all’ultimo aggrappata alla vita. È un personaggio con una immensa voglia di vivere: ha bisogno degli “amici”, delle ore piccole dell’alcool nel primo atto, per vivere ogni minuto che le rimane, come se non ci fosse un domani. Una volta coinvolta in una meravigliosa storia d’amore è costretta a ritornare alla sua vita e dopo essersi sacrificata viene umiliata davanti a tutto il mondo ipocrita che la circonda e di cui lei fa parte dall’uomo che tanto ama. Infine, abbandonata da tutti e ormai prossima alla morte, la troviamo ancora lì, pronta a lottare per la vita, perché nonostante tutti i torti subiti, sarebbe ancora disposta a ricominciare una nuova vita con Alfredo.

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Quale altro personaggio vorresti interpretare?

Mi piacerebbe interpretare tanti altri personaggi, ho solo l’imbarazzo della scelta. A Verdi sono molto affezionata, mi piace il suo modo di scrivere, la sua musica così tipicamente italiana, ma davvero non saprei scegliere. Il sogno sarebbe Tosca, ma devo aspettare ancora molti anni, che la voce maturi. Tosca però è solo la punta dell’iceberg, davvero. Non vedo l’ora di cimentarmi in nuove sfide, con cautela e coscienza, un po’ alla volta, c’è un mondo che mi aspetta, sento che dicendo un ruolo piuttosto che un altro farei un torto a quello non menzionato.

Quale parte della Traviata ti piace di più?

Direi il terzo atto, dove la disperazione e l’attaccamento alla vita di Violetta sono più forti che mai. In particolar modo “attendo, attendo… né a me giungo mai” che culmina in “ah, con tal morbo ogni speranza è morta!”, la seconda strofa di addio del passato e da “ah, non più a un tempio Alfredo andiamo” a “prendi quest’è l’immagine”.

Poi mi piacciono molto anche lo scambio di battute tra Alfredo e Violetta a casa Flora e il momento in cui Violetta dice a Giorgio Germont “Morrò! La mia memoria non fia ch’ei maledica…” dopo aver deciso di sacrificarsi.

Perché nella tua fanpage ci sono solo 363 fan?

Beh io ho pochi fan perché sono ancora giovane nel mio settore, sono “nata” da poco, ma altre mie colleghe sono decisamente più conosciute. Inoltre il nostro mondo è un po’ a sé, per fortuna da una parte – personalmente non vorrei mai essere tanto famosa ed essere paparazzata in ogni dove – per grande sfortuna dall’altra: in tanti hanno pregiudizi nei confronti del mondo della musica classica. Certo c’è uno scoglio iniziale se una persona non è abituata ad ascoltare l’opera, ma superato questo, a parer mio, c’è un mondo meraviglioso tutto da scoprire. Bisogna solo essere disposti a fare la fatica iniziale, ad abituarsi ad ascoltare – qualità che oggi come oggi è sempre più rara – ma certamente poi si raggiunge un livello di appagamento altissimo.

Secondo te cosa si può fare per avvicinare i ragazzini al tuo genere?

Per avvicinare i ragazzini alla lirica o alla musica classica in genere basta abituarli fin da piccoli. Sembra stupido dirlo, perché è una cosa molto banale ma è così. Lo vedo con i figli dei miei colleghi e con i miei nipoti. I bambini sono delle spugne, si appassionano alle cose che la famiglia mostra loro come cose belle e divertenti. Ad esempio i miei nipotini canticchiano arie o duetti tratti da opere e spesso mi chiedono di mostrare loro qualche pezzo nuovo e divertente, loro non hanno preconcetti! In questo i bimbi sono molto aperti. Basta educarli nel modo giusto. I piccoli di oggi sono i grandi del domani ed è importante che siano abituati a riconoscere la bellezza nelle sue più svariate forme.

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