Archivi del mese: dicembre 2019

Ritratto della giovane in fiamme

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Orfeo aveva occhi solo per Euridice che divenne sua sposa. Il destino, però, non aveva previsto per loro un amore duraturo, infatti, un giorno, la bellezza di Euridice fece ardere il cuore di Aristeo che si innamorò di lei e cercò di sedurla. La fanciulla, per fuggire alle sue insistenze, si mise a correre ma, sfortunatamente, pestò un serpente nascosto nell’erba che la morsicò provocandone la morte istantanea. Orfeo, impazzito dal dolore e non riuscendo a concepire la sua vita senza la sua sposa, decise di scendere nell’Ade, per cercare di strapparla dal regno dei morti. Convinse, con la sua musica, Ade e Persefone a far ricondurre Euridice nel mondo dei vivi a patto che, durante il viaggio verso la terra, la precedesse e non si voltasse a guardarla finché non fossero giunti alla luce del sole. Orfeo, presa così per mano la sua sposa, iniziò il suo cammino verso la luce ma, appena prima di arrivare in superficie, sospettando di condurre per mano un’ombra e non Euridice, dimenticando la promessa fatta, si voltò a guardarla ma, nello stesso istante in cui i suoi occhi si posarono sul suo volto, Euridice svanì e Orfeo assistette, impotente, alla sua morte per la seconda volta.

Ieri sera ho visto Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma con Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel.

Il film, ambientato nella Francia di fine ‘700, parla della pittrice Marianne incaricata di realizzare il ritratto di nozze di Héloise, giovane donna appena uscita dal convento, promessa in sposa a un nobile milanese per adempiere al compito al quale la sorella si è sottratta, suicidandosi. Per realizzare il ritratto, compito per niente facile considerando che Héloise ha bruciato il quadro precedente pur di non acconsentire alle nozze, sua madre spaccia la pittrice per una dama di compagnia imponendo a Marianne il compito di osservare attentamente i tratti della promessa sposa per poi riprodurli ogni sera, su tela. E così, in un film che si districa tra colpi di matita, tempere e spennellate, si dipana la realizzazione di un capolavoro artistico: quello che la regista riesce a fare, infatti, è dar vita, in una cornice gelida, dove il fuoco dei camini non riesce a scaldare le stanze marmoree nelle quali la vicenda prende vita, dove i deboli fuochi delle candele non riescono a dar luce ai volti, a un’ardente passione che si sviluppa tra sguardi, dettagli e inquadrature morbose di occhi che sembrano nutrirsi gli uni degli altri. Perché per riprodurre un volto, bisogna tener conto dell’attaccatura dei capelli, della forma dell’orecchio, delle movenze delle labbra. E in tutta quest’osservazione certosina dettata, in principio, da un compito da assolvere, in questa ardua ricerca del dettaglio da mettere a fuoco e salvare in memoria, Héloise, ignara, legge segnali d’amore, gli stessi che Marianne, suo malgrado, continua a lanciare.

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In un film dove le parole non servono, non sono necessarie perché a parlare sono le immagini, ad irrompere e dare significato alla trama, a quanto sta per accadere, ci pensa la musica. È così, Marianne, nelle prime battute, di fronte a una Héloise acerba rispetto alle sonorità di un concerto, le improvvisa il terzo movimento dell’Estate di Vivaldi che riflette, con efficacia, la carica esplosiva della stagione che le protagoniste stanno per vivere: il tormentato ronzio di mosche e zanzare prima che la tempesta si scateni e che il temporale esploda senza lasciare possibilità di mettersi al riparo.

Una volta ultimato il ritratto, infatti, Marianne rivelerà il suo ruolo a Héloise che, messa di fronte alla tela, stenterà a riconoscere in quella raffigurazione se stessa ma soprattutto Marianne. Da questo momento, il revisionismo aprioristico di Marianne, la sua tecnica, la sua conformità alle regole vengono spazzate via da un temporale di emozioni, da fuochi che ardono e che bruciano divampando e non lasciando possibilità alcuna di mettersi al riparo. Le due protagoniste vivono, nei cinque giorni successivi, mentre la madre di Héloise andrà a Milano, la libertà di essere se stesse, di amarsi e di emanciparsi dalla staticità che la società dell’epoca aveva imposto loro e il ritratto di questi sentimenti, delle vere Héloise e Marianne, prenderà finalmente forma. Ma, riprendendo il mito di Orfeo ed Euridice, Héloise mette in chiaro come andranno i fatti: quello che resterà di questo grande amore non sarà che uno sguardo all’indietro. E non perché lo ha voluto Orfeo, ma perché a volerlo sarà anche Euridice “perchè il quell’ultimo sguardo resti il ricordo del poeta”…

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A rientro da Milano, la madre di Héloise, soddisfatta del ritratto, congederà Marianne. Questa stringerà a sé, per l’ultima volta, la sua amata e, prima di uscire di casa, la guarderà un’ultima volta girandosi indietro e fissandone per sempre l’immagine.

Anni dopo, Marianne ritroverà il volto di Héloise in un quadro e poi, rivedrà la sua amata in carne e ossa a un concerto di Vivaldi. Ma quello che resterà, in questa sceneggiatura meravigliosa, vincitrice a Cannes, saranno ancora una volta i silenzi, le frasi non proferite, in una società dove le regole cingono le protagoniste lasciandole immobili nella staticità di una tela incorniciata.


“Joker”, “Tutto il mio folle amore” e la poesia dei giorni nostri.

Ho assistito a un poetry slam. In quest’epoca sprofondata nella superficialità, nell’accumulo sfrenato fatto di cose da dire, di cose da fare, di amici da ascoltare, di notizie da scrollare, di voci alte, di rumori e disturbi, avevo solo voglia di un po’ di autenticità o, semplicemente, di trovare un po’ di sana sensibilità condivisa nella quale riuscire, finalmente, a riconoscermi.

Sono entrata, quindi, in un locale, sui Navigli e, in mezzo a voci, frastuoni, grida e chiacchiericci distratti, c’erano loro: i ‘poeti’ della serata.

Si esibivano uno ad uno in preparatissimi cabaret dove facevi fatica a capire quando fosse cominciata l’esposizione poetica e quando (finalmente) fosse finita. Sul palco, ho visto giullari , menestrelli, animatori turistici, attori comici, cabarettisti, Joker (anzi no, salviamo Joker da questo banalissimo show) ma soprattutto, esibizionisti egocentrici, leggere o recitare a memoria versi che sembravano estrapolati da conversazioni su whatsapp tra innamorati dodicenni. Altri davano l’idea di aver composto delle canzoni rap, in rima, che interpretavano incitando la folla a interagire ad ogni strofa. Poi c’erano i geni mascherati di tristezza che, narrando di profughi morti in mare tra brindisi col pubblico e finti pianti singhiozzati, riuscivano a prendere più applausi di tutti.

E poi c’ero io con il mio amaro in mano, in gola, in testa: giudicante, incompresa, silenziosa e affranta da tutto quel rumore che faceva clamore, che prendeva applausi e trovava consensi e sapeva di niente. O peggio: sapeva di film dell’orrore.

Ultimamente, al cinema, ho visto due film che mi hanno scosso e percosso: “Joker” di Todd Phillips, con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy e Brett Cullen e “Tutto il mio folle amore” di Gabriele Salvatores con Giulio Pranno, Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono, Daniel Vivian.

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Definiscono il primo un horror. Solo perché, circondato da troppo niente, inascoltato, incompreso, deriso, umiliato, un povero cristo, a un certo punto della sua vita, dopo aver accumulato rabbia, disperazione, tristezza, decide di ribellarsi al sistema nella maniera peggiore (o forse nell’unica maniera possibile per uno abituato a ingoiare rospi).

Assolutamente contraria ai metodi di ribellione utilizzati dal protagonista, per carità, ma come non capirlo? In questo “Black mirror” incombente e sempre meno virtuale, io vedo una moltitudine di potenziali Joker là fuori. Che ridono e ridono e ridono alzando il volume in quella risata. Perchè piangere, quello, bisogna farlo in silenzio lì dove nessuno può sentirli. Che il rischio di rimanere esclusi sarebbe troppo alto, troppo alto, altrimenti.

Ho visto anche “Tutto il mio folle amore”. E pensate un po’, in quell’horror di un “Joker” così come in questo film drammatico, io vi ho trovato molti più versi poetici ed emozioni che nella serata sui Navigli.

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Salvatores racconta il dramma dell’autismo o, forse, l’incapacità da parte di una madre, di un padre, di un figlio, di farsi accettare o, semplicemente, di trovare un modo, un gioco, una tastiera, una lingua, uno sguardo, per riuscire a comunicare.

Sia nell’uno che nell’altro film a cui ancora, dopo settimane, penso, la grandezza di attori, registi e sceneggiatori sta nello strappare alle parole, ai gesti, alle battute, il dialogo e farlo arrivare dritto agli spettatori attraverso metodi inconsueti: la risata di Joker, il vento sui capelli di Vincent o la sua frase di saluto al padre, sul finale del film, fatta di parole che non vogliono dire niente e vogliono dire tutto.

Tutte le mie lacrime stanno ancora lì, in quello slam poetry chiamato cinema, ultima speranza di questi anni bui.