Archivio dell'autore: Silvia Trovato

Anche libero va bene

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Non amo parlare dei film che non mi piacciono. Quindi, se ne parlo, vuol dire che mi sono piaciuti. Anche se dico che non mi hanno convinto, che non so ancora dare una valutazione oggettiva. Mi sono piaciuti. E ‘mi sono piaciuti’, in genere, significa che, una volta finito il film, io ci continui a lasciare i pensieri. Dentro. Nella trama, nella scena del bimbo che piange che mi ha fatto piangere. Nella scelta di presentare il protagonista in quel modo, piuttosto che in quell’altro. E poi, caratteristica comune dei film che mi piacciono, sta nel fatto che consiglio a destra e a manca di vederli. Anche se sono di dodici anni fa e io li ho scoperti solo ora. Consiglio di vederli, di non restare indietro, come me, ancora per chissà quanto tempo…

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Ho consigliato di vedere ‘Anche libero va bene’ alle mie amiche, a mia sorella e ora lo consiglio anche a voi. Si tratta del primo film da regista di Kim Rossi Stuart con Alessandro Morace e Barbora Bobulova. Parla di Tommaso, un bimbo maturo che deve vedersela con tantissimi piccoli adulti per cercare di salvarli. Il padre di Tommaso, Renato, da tempo, vive con i suoi due figli cercando di portare avanti una parvenza di normalità familiare fatta di lezioni a scuola e a nuoto e a danza, con tanto di morettiani canti in macchina e abbracci a colazione, di scelte ‘parlate’ e condivise con i propri cuccioli ormai e all’occorrenza ‘grandi’. Un giorno, questa finta normalità familiare viene interrotta dal ritorno a casa di Stefania, la mamma dei cuccioli. Una donna inaffidabile, pronta a separarsi dalla famiglia ancora, e ancora, perché inappagata dal proprio uomo, frustrata dalla sua fragile condizione, dall’instabilità del suo carattere, dalla precarietà del suo lavoro. E mentre Renato, dopo una scenata iniziale a suon di bestemmie e parolacce, l’accoglie nell’illusione che questo sia l’ultimo ritorno, che non ci saranno altri abbandoni, che a tenere la famiglia unita basteranno figli addomesticati a coccolarla, mentre la figlia si lascia abbindolare dai copioni del papà rispondendo alle battute di mamma, Tommaso resta lì, fermo. A guardare. Senza sbilanciarsi, senza recitare la sua parte di cucciolo contento. “Che tanto, mamma se ne andrà ancora”.

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In questo film vengono esposte, una per una, tutte le menzogne che si raccontano i grandi per non guardare in faccia la verità. Tutti i teatrini che mettiamo in scena per non vedere che la persona con cui stiamo è una bambina che non vuole crescere, che siamo dei falliti sul lavoro, che la nostra famiglia perfetta non esiste, che i nostri figli non amano lo sport che abbiamo scelto per loro e che non basteranno tutte le canzoncine del mondo cantate in macchina per far sì che esista davvero. Ma la cosa più bella e commovente e straziante e poetica, raccontata in questo film, è che solo un bimbo può vedere la realtà così com’è. Solo negli occhi di un bimbo silente si riesce a specchiare un mondo di bugie che fanno rumore da tutte le parti.

 

 

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Chiamami col tuo nome

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Avevo letto Chiamami col tuo nome di André Aciman qualche anno fa. E lo avevo amato. Ieri sera ne ho visto la trasposizione cinematografica e ancora non so se mi sia piaciuto. L’altezza del libro, quella è irraggiungibile da tutti i punti di vista. Perché quando leggiamo i libri proiettiamo nei personaggi, nei vestiti, nei paesaggi, nelle emozioni un po’ di noi stessi e quel pezzo di noi che l’immaginazione ci consentiva di rivedere nelle parole delle pagine, sul grande schermo scompare sempre, fotogramma dopo fotogramma, battuta dopo battuta. Ma Chiamami col tuo nome con Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel è un film che va visto, in ogni caso. Non so perché ma uscita dalla sala mi immaginavo Salvini, Berlusconi e tutti i benpensanti italici incatenati alle poltrone di un cinema, con un’infermiera lì accanto, pronta a lubrificargli gli occhi, costretti a rimanere aperti. Rivedevo il finale di Arancia Meccanica in versione moderna, con coloro che oggi vorrebbero abolire le unioni civili, costretti a questa educazione sentimentale. A un’educazione all’amore a cui, evidentemente e purtroppo, sono stati sottratti da piccoli…

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Siamo nel 1983. In una città del nord Italia, una splendida coppia di intellettuali con il figlio Elio accoglie per le vacanze estive Oliver, un giovane americano trasferitosi per qualche mese al fine di portare avanti la sua tesi di post-dottorato. In questo contesto, il regista Luca Guadagnino, ci immerge in una bellezza culturale fatta di statue, adoni, ville dove si parlano tutte le lingue del mondo con disinvoltura, dove si legge la musica classica, si discute di filosofia, ci si confronta sulla politica e si dibatte sull’etimologia dei termini, una bellezza culturale dove tutto è possibile: anche l’amore tra il diciassettenne Elio e l’ospite universitario. Un amore provato, soffocato, idealizzato e finalmente vissuto. Dove non si sa, tra i due giovani, chi ami più l’altro, chi sia più combattuto rispetto alla volontà di lasciarsi andare completamente. Perché questo film non racconta di paure rispetto a una società omofoba. Narra della paura di lasciarsi andare e basta.

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E così, infinite inquadrature di albicocche sui rami, tramonti riflessi sull’acqua dei laghi, distese d’erba, nuotate nei fiumi, passeggiate in bicicletta tra giorni di sole e acquazzoni estivi, infinite discussioni inutili su Craxi e il pentapartito, sulla morte di Buñuel e l’imbarbarimento della cultura,  si frappongo tra l’attesa che Elio scopra di essere pazzo di Oliver e che questi gli lanci un solo segnale che anche per lui sia lo stesso. Inquadratura dopo inquadratura, nella lentezza di un amore che non può avere fretta per maturare, i due giovani ‘sprecano’ tutto il tempo a disposizione per concedersi solo alla fine, quando Oliver dovrà partire e il film dovrà trovare una sua fine. Ma non è questo l’importante. L’importante è che qualcosa sia successo. Che i due protagonisti si siano concessi di farlo succedere perché,  così come a fine film dirà il padre illuminato al triste Elio, in un monologo che vale da solo tutto il film: Sforzarsi di non provare niente per non provare qualcosa… è uno spreco!”

L’ultimo fotogramma di questo film vede Elio, davanti al camino. Piangere (e non mi sembra il caso di spoilerarvi il perché). Arrivano i titoli di coda. E mentre stai lì ad apprezzare il regista che ha messo tutte le stagiste tra i titoli, torni sugli occhi di Elio che continuano a piangere. Ancora e ancora. Anche quando il film è finito. Anche quando la gente in sala è in piedi o sei lì che torni a casa in macchina. Li vedi ancora quegli occhi che piangono. Quel finale che continua e ti rimane dentro…


The Handmaid’s Tale

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Sono una neofita, lo ammetto. Di serie ne ho viste poche. I film, quelli sì, mi appassionano senza invadere troppo la mia vita, le mie notti, il mio tempo libero. Hanno un inizio e una fine. Non recano troppe fatiche alla mia concentrazione a tempo. Che se la spreco tutta davanti a uno schermo – mi sono sempre detta – per le cose serie dove la trovo? La concentrazione, dico.

Qualche giorno fa ho finito di vedere su TIMVISION The Handmaid’s Tale, trasposizione televisiva del libro ‘Il racconto dell’ancella’ di Margaret Atwood.

Vi si racconta di un mondo governato dagli uomini. Secondo leggi scritte da uomini. Dove le donne sono destinate a non fare carriera, a non avere ruoli importanti nella società, a non potersi opporre alle regole decise dagli uomini, a non poter scappare in altri mondi. Le donne sono ridotte a una condizione di schiavitù e, per questo, denominate ‘ancelle’. Sono animali da riproduzione. Sono vagine. Sono uteri.

Tutte le critiche lette in rete descrivono l’ambientazione di questa serie come collocata in un ‘futuro distopico’. Perché in The Handmaid’s Tale, le donne-vagine, vittime di stupri, di derisione, di violenza fisica e psicologica, sembrano non empatizzare con le altre donne. Perché nel regime misogino ed estremista di questa serie dove la donna nasce, cresce e resta un essere inferiore, nessuna donna osa opporsi a un sistema che le è stato imposto da sempre come ‘giusto’.

Fortuna che tutto questo è una serie tv. Che nella realtà, di fronte a uno stupro, le donne solidarizzino con le altre donne. E che le donne abbiano ruoli diversi da semplici vagine (o fiche, perché no?), e che possano addirittura aspirare al potere, al pari degli uomini.

Finita questa serie ho deciso di vederne un’altra. Che se affatico tutta la concentrazione davanti a uno schermo, alla realtà, quella vera, magari non ci penso più…


Occhi per ridere, occhi per piangere

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L’altra sera, in metro, assorta tra pensieri inutili e timeline di social dai facili scorrimenti, quasi non mi accorgevo dell’ingresso di due non vedenti. Lui, bastone in mano, capelli corti e sguardo assente. Lei, al suo fianco, piccola, minuta, mora e totalmente assorta: da lui.  

Non si parlavano. Non si guardavano. Si sentivano e basta. Lui voltava testa e corpo in cerca di presenze. Accanto, dietro, dinanzi. I suoi impercettibili movimenti corporei, la sua testa roteante mi raccontavano il disagio di un nero che lo circondava senza farsi vedere. Di un vuoto in cui cadere, di una presenza in cui sbattere che lui sentiva e affrontava con il sorriso sulle labbra e io guardavo impietrita.  

Lei lo avvinghiava in un abbraccio. Non si fidava di un bastone. Lei si muoveva con il braccio del suo compagno non vedente tra le mani. Mani che, di lì a poco, vedevo salire sulle sue spalle, sulla sua testa, per prenderla, misurare le distanze e baciarla.

Ecco. Ho visto una donna non vedente baciare la sua vista in una metro. 

E ho pianto.


Il mio teatro

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Avete mai visto i bimbi sulle giostre? Si divertono come matti su cavallucci di legno che girano. Immobili. Che se li osservate bene, capirete che la loro felicità è legata a quel momento fugace in cui mamma e papà gli fanno ‘ciao’ con la mano… e a nient’altro.

Ho ricominciato teatro. Quando arrivi in una nuova città e devi rifarti una vita con tanto di amici, conoscenti ed esperienze al seguito, nulla è meglio del teatro. Quel mondo dove troverai sempre delle persone che stanno cercando più o meno quello che cerchi tu. Una via di fuga. Una fonte di ossigeno. Quel posto dove liberare la mente e il corpo che nessuna terapia, palestra o hobbies può eguagliare.

Il mio teatro è sempre stato così. Mi ha sempre salvato.

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Quello che ho intravisto è l’aspetto comico dell’arte teatrale nella sua massima rappresentazione: il clown Augusto. Ho scoperto che, per poterlo mettere in scena, bisogna tornare bambini. Bisogna diventare protagonisti, accentratori, vanitosi. Perché se l’altro fa qualcosa, il clown lo saprà fare meglio. Se un uomo piange, ad esempio, il clown piangerà di più affinché tutti vedano il suo pianto. E se qualcuno ride, farà lo stesso. Ma di più. Perché tutti possano guardarlo e riderne, acora e ancora, sempre di più. Di quelle risate di pancia che ti fanno piegare in due dal pianto. Di quelle che, una volta finite, ti fanno piangere immergendoti nei pensieri più torbidi fino a farti ridere di nuovo. In un gioco di emozioni da tirare fuori che non possono mai essere contenute, ma che vanno esasperate, accelerate, amplificate al massimo fino a toccare il climax, fino ad annullare qualsiasi pensiero.

Il mio teatro è sempre stato così. Mi ha sempre salvato.


La verità sta in cielo

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Da quando è morta nonna seguo sempre Chi l’ha visto. Ho una sfilza infinita di amici che mi sfottono e continuano a chiedersi perché sia tanto appassionata a quel programma ‘da vecchi’ e la mia risposta è sempre una: perché quel programma, in Italia, risolve molti più casi di tutte le forze dell’ordine messe assieme. Perché in quell’appassionarsi a ciò di cui non si vuole parlare, alla ricerca delle persone nascoste, io ci vedo un po’ di me. Alle utopie, i non luoghi, i sogni e le speranze che da sempre creo, costruisco, inseguo e non raggiungo. E poi ci sarà pure un motivo se quella forza della natura di mia nonna, da piccola, me lo faceva guardare questo programma qui.

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Chi l’ha visto, da 30 anni a questa parte, non fa che parlare, tra gli altri, del caso Emanuela Orlandi, una giovane ragazza che, all’età di 15 anni, venne sequestrata nella Città del Vaticano senza essere mai più ritrovata. Nel film “La verità sta in cielo” di Roberto Faenza, si cerca di indagare attorno al sequestro, alle figure che hanno architettato la scomparsa della Orlandi e ai motivi che vi stanno dietro. A rappresentare il tutto, una sequenza di attori che, a parte un convincente Riccardo Scamarcio e un’appassionata e a tratti toccante Greta Scarano, mal si destreggiano tra battute, intonazioni, espressioni e stati d’animo. Insomma, se la sottoscritta odia promuovere ciò che non la colpisce, per una volta ha deciso di fare un’eccezione. Perché questa storia racconta male ma racconta una verità che resterà per sempre attuale: il Vaticano è il primo e unico colpevole della morte di una ragazzina innocente. I debiti della Chiesa con la Banda della Magliana sono il motore da cui parte e sulla base del quale finisce questa triste vicenda. Sono la massima rappresentazione di quanto il potere, che sia esso politico, mafioso o, peggio ancora, religioso, debba essere coperto e debba rimanere ‘pulito’, illeso, venerato fino all’ultimo. A costo di sacrificare qualche anima. A costo di occultare la verità. A costo di mentire e far mentire tutte e dico TUTTE le cariche della chiesa. Ma queste, è chiaro, sono solo supposizioni che, nel corso del film fa Sabrina Minardi (fidanzata di De Pedis, nonché tossica). Il film, infatti, ha un titolo ben preciso tratto da una risposta che Bergoglio diede al fratello della Orlandi: “La verità sta in cielo”. La verità sta dove nessuno la può trovare. O forse, nella rivisitazione che ne ha fatto il regista, la verità sta nella bocca di chi non si vuole sentire. Nelle convinzioni di chi non può avere credito perché tossico. E i tossici, si sa, mentono sempre. Che se mentono per fotterti i soldi e comprarsi la roba, è chiaro che, poi, mentano su tutto. Un po’ come quelli che accolgono le tue confessioni per assolverti.  Per comprarsi la tua fiducia e fotterti.

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Ma, diciamolo, si tratta pur sempre di supposizioni, di rivisitazioni cinematografiche. Insomma Manuela, è chiaro che tu sia viva e che stai bene. O forse, purtroppo, ha ragione Bergoglio: stai in cielo, a spiegare a Gesù e a tutti quei ‘potenti veri’ che cosa ne hanno fatto del loro nome. E del tuo.


Alla ricerca di Dory

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Continuo a pensare che i cartoni moderni siano prodotti per un target adulto. O che le generazioni adulte del momento abbiamo un assoluto bisogno di tornare bambine. Sempre che siano mai cresciute davvero…

Ieri ho visto “Alla ricerca di Dory” l’ultimo film della Pixar con la regia di Andrew Stanton, con Nemo, Marlin e il polpo Hank splendidi protagonisti a cornice di un’interprete perfetta: Dory. Nel sequel di Nemo, la pesciolina smemorata vive felicemente con i pesci pagliaccio conosciuti un anno prima quando, in uno dei suoi momenti di logorrea incontrollata, riaffiorano nella sua mente, alcuni, primordiali ricordi. Dory scopre di avere una famiglia e la trama del film si snoda attorno al ricongiungimento della pesciolina blu con i suoi cari. Un viaggio che sembra replicare le avventure di Marlin nella precedente storia, in cui occorrerà attraversare l’oceano, essere catturati dagli umani e ritornare al campo base, l’oceano, per ritrovare se stessi.

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Al di là delle repliche, i temi già visti, il ritmo del film (spesso lento e privo di colpi di scena), ho trovato questa versione dei ‘fatti’, discreta a livello registico, molto costruttiva a livello morale. Dory rappresenta, infatti, l’handicap. Marlin il pregiudizio. Nemo, semplicemente, il bambino, l’unico capace di vedere le cose così come sono, di trovare la genialità nella persona più che la critica nell’handicap. Come tutti i bambini del mondo (parlo dei bambini nella loro forma più pura e autentica) Nemo trova l’handicap della sua amica come qualcosa di assolutamente normale, addirittura geniale: perché Dory non ha tempo di organizzare, pensare, valutare. Dory perde la memoria e, per questo, è abituata ad agire in fretta, d’istinto, prima di perdere di vista quale fosse il suo obiettivo. Dory insegna ad agire d’istinto. A fidarsi dell’altro, che sia un pesce pagliaccio, un fantastico polpo con cui mimetizzarsi, un beluga o uno squalo balena. E si salva. E il suo metodo, applicato a fine film da Marlin, salva anche lui.

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Eppure viviamo in un modo terreno fatto di umani ben più crudeli di quelli incontrati nel film. Gli handicap reali vengono disprezzati, discriminati, derisi. Dory ha la fortuna di dimenticare e in fretta anche. Nella nostra società nulla si dimentica. Si deride l’handicappato così come l’insicuro, la fidanzata filmata al cellulare come il compagno di scuola dai vestiti sgualciti. Non ci sono polpi Hank capaci di prenderci, mimetizzarci e renderci invisibili agli occhi degli altri. Non ci sono memorie a breve termine che ci aiutino a cancellare le offese. Non c’è un oceano, un campo base che ci permetta di salvarci. Il dramma è che siamo e continueremo sempre più ad essere alla ricerca di una generazione che sembra destinata a perdersi per sempre.