Archivio dell'autore: Silvia Trovato

La novella degli scacchi

Dopo aver visto “La regina degli scacchi”, questo gioco è diventato la mia ossessione. Oltre al gioco in sé, quello che mi ha colpito, ciò per cui continuo ad allenarmi e a documentarmi, è l’abitudine alla pazienza qualcosa che, personalmente, non conoscevo e che, a livello terapeutico, si sta rivelando un toccasana per la sottoscritta. Ne parlavo l’altra sera con la mia amica Maria Elena: “Non si tratta semplicemente di un gioco”, le dicevo. “Ci sono dei pezzi e, ognuno di essi ha determinate regole o mosse da poter seguire. E lo scopo, sebbene sembri quello di uccidere il re (l’etimo del termine ‘scacco matto’, infatti, deriva dal persiano شاه مات‎, Shāh Māt che significa “il re è morto”) sta nell’attaccare continuando a difenderti. Che se ti difendi e basta perderai sicuramente. Ma se attacchi senza pensare alla difesa, il re è morto. È una sorta di triste metafora della vita in cui non andranno mai avanti quelli che giocano in difesa, ma quelli che attaccano continuamente senza fidarsi di chi hanno di fronte. E per riuscire a fare tutto ciò e a farlo bene, non si può certo azzardare, o prendere decisioni affrettate. Serve abituarsi alla pazienza“.

Dopo quella chiacchierata, Maria Elena mi ha regalato “La novella degli scacchi” di Stefan Zweig. Questo piccolo gioiellino narra la storia di Mirko Czentovič, campione di scacchi a livello mondiale con grandi problemi di acquisizione cognitiva che sfiorano l’analfabetismo rendendolo un misantropo grezzo, chiuso, altezzoso e avido che, su un piroscafo diretto da New York a Buenos Aires incrocerà il signor B, vero protagonista della vicenda. Nel corso del viaggio, i passeggeri, incuriositi dal carattere schivo e freddo di Czentovič, decidono di sfidarlo a scacchi per riuscire a carpirne i tratti di quella personalità tanto schiva. Il campione del mondo vince con facilità contro tutti, fino a quando, in una situazione di gioco disperata, non interviene il signor B, uomo intelligente e colto che, suggerendo alcune mosse ai giocatori, riesce ad impattare l’incontro

Una volta venuti a conoscenza di quell’uomo capace di anticipare le mosse del campione del mondo, gli ospiti del piroscafo cercano di convincerlo a partecipare a un incontro con Czentovič. E se dapprima la risposta è un rifiuto, dopo il signor B accetterà la sfida motivando la sua iniziale titubanza attraverso un racconto appassionato e angoscioso che va fatto risalire all’epoca nazista, a un periodo di detenzione in mano alla Gestapo in cui, attraverso il tentativo di una totale demolizione fisica e psicologica di B, costretto a vivere in una stanza vuota con “un tavolo e un letto e un catino e una tappezzeria” i nazisti cercavano di estorcergli informazioni sulle sue attività professionali. Una fase della sua vita durata troppi mesi in cui a salvarlo o a condannarlo per sempre, ci furono gli scacchi. Dopo aver rubato, infatti, dalla tasca dell’uniforme di un ufficiale tedesco un libro contenente 150 partite tra campioni, B imparerà tutte le strategie di questo gioco e come, da queste, riuscire a sfidare se stesso, a mente. Una sfida tra la propria parte bianca e quella nera che rasenta la follia, in attimi in cui alla pazienza di un sé, si contrappone l’impazienza dell’altro sé e dove l’intera realtà sembrerà essere rappresentata da una partita a scacchi da cui B riuscirà ad uscire ritrovandosi in una clinica dove, liberato dal nazismo con la promessa di emigrare entro due settimane, dovrà promettere al suo medico di non giocare più a scacchi. 

Dopo questo racconto, B accetterà di giocare contro Czentovič a patto che quella sia la sua prima e ultima partita. Ma a quell’incontro ne seguirà un altro e la frenesia patologica da cui era affetto B tornerà a ripresentarsi nella sua vita fino a quando questi non deciderà di arrendersi. Di lasciare la partita incompiuta, di rinunciare alla lotta contro l’avversario o, forse, contro se stesso. Dopo aver scritto questo romanzo Zweig si suicidò. Nel suo libro ritroviamo la prefigurazione di una sconfitta dell’intelligenza, della cultura e della sensibilità ad opera di un analfabeta ottuso. I richiami alla disfatta dell’Europa per mano di Hitler in questo parallelismo tra colti e rozzi, sembra evidente. Peccato che Zweig non ebbe la pazienza di restare in vita a vedere se Hitler l’abbia poi vinta davvero quella partita lì.

Voto: 3 su 5


Dolores Claiborne

Dolores Claiborne è un libro di Stephen King che racconta, a mo’ di monologo-confessione, la vita di Dolores, un’anziana donna del Maine che, sulla soglia dei 66 anni, si ritrova a fare i conti con la giustizia, accusata di aver ucciso Vera Donovan, la ricca invalida di cui era governante. In un susseguirsi di flashback, la protagonista ripercorrerà tutta la sua vita. Una vita segnata da violenze, umiliazioni e angherie inflittele dalla padrona a cui Dolores rimane fino alla fine e paradossalmente devota, e dal marito, un ubriacone, ignorante dalla fronte liscia e poco altro di buono da ricordare. Un uomo scomparso misteriosamente trent’anni prima e ritrovato cadavere con parecchi interrogativi ancora aperti.

Ho cominciato a leggere King due estati fa. Dopo Misery, lo scorso anno, mi sono avventurata nella lettura di IT, quello che considero un capolavoro di stesura e montaggio, un perfetto manuale per chi volesse imparare a scrivere un libro. Ho trovato Dolores, totalmente differente dai ’soliti’ libri attribuibili al Re. Nessun riferimento al paranormale, niente mostri o scene horror. Quella che ho divorato in poco più di due giorni, è un’ammissione di colpe lunga 267 pagine: la colpa di aver sposato l’uomo sbagliato, di averci fatto dei figli. Di non aver visto gli abusi nei confronti della figlia. Di averlo ucciso. Di non averlo detto. La colpa di aver deciso di accudire una ricca incarognita e di non averla ascoltata fino in fondo. O di averla ascoltata troppo bene, incarognendosi a sua volta. La colpa di aver trovato nel male, nella ribellione solitaria, l’unica forma di giustizia pensabile. 

A fine libro, credo che nessuno possa condannare Dolores. Non credo che lo si possa fare. In lei, nel suo amore divenuto violento, nella sua voglia di proteggere i figli, la padrona e tutto quanto le fosse caro, si rispecchia la voglia di proteggere se stessa dopo una vita straziata da ferite, da notti insonni e dalla solitudine, diretta conseguenza di tutto quanto è stato da lei, e da tutti, taciuto.

Voto: 3 su 5


La vasca del Führer

La vasca del Führer è il ritratto romanzato della vita di Elizabeth (Lee) Miller, scandito in 242 pagine di descrizioni fotografiche dalla penna di Serena Dandini. Un libro sull’emancipazione femminile che non segue mode o rivoluzioni femministe, che non sfida dogmi, patriarcati e misoginie ma che, esattamente come in un quadro realista, dipinge quello che Lee Miller è stata: una modella (prima per il padre, poi per i favori del pubblico grazie a un incontro fortuito con Condé Nast), una fotografa di moda e di guerra per Vogue ma, soprattutto, una donna completamente libera di percorrere la propria vita e poi di cambiarla e di stravolgerla a suo piacimento. 

Non avevo mai letto un libro della Dandini (che amo come conduttrice televisiva) né conoscevo la straordinaria storia della Miller ma, malgrado le premesse, ho fatto una fatica incredibile a portare a termine la lettura di questo libro (nonostante ne divori notte e giorno di più lunghi e ‘pesanti’). Partiamo dal titolo: credo che “La vasca dal Führer” sia lo specchietto per le allodole migliore che si potesse scegliere per attrarre, sia a livello visivo che immaginativo, l’attenzione dei lettori su quello che non è assolutamente, o non solo, un libro sulla seconda guerra mondiale e sulle atrocità dei lager da cui ripulirsi, provocatoriamente, in una vasca. Questa scena, quella della Miller nella vasca dell’appartamento nel quale Hitler incontrava Eva Brawn, rappresenta l’1% della storia. La storia di Lee, della sua vita mondana, dei suoi incontri con gli artisti, i fotografi, gli editori e i registi più famosi dell’epoca e delle sue passioni amorose e non, mai appaganti.

La vicenda viene raccontata come una biografia narrata in terza persona dove la terza persona, però, non sembra essere la Miller ma la Dandini. Dal ritrovamento delle foto della protagonista alla visione del suo unico cameo al cinema, i commenti dell’autrice del libro prendono il sopravvento sulla vicenda amorosa, professionale e artistica della Miller lasciando il lettore perplesso e, pressoché, infastidito da questi continui parallelismi tra la vita di Lee e quella di Serena. Al contempo, questo insinuarsi, da parte della Dandini, nei pensieri della Miller, questo suo raccontarne i dialoghi, le decisioni, le aspettative, le lettere mai scritte o le frasi non dette, falsa il genere rendendo il romanzo pura fantascienza. 

Tutto quello che rappresenta la Miller, dalle sue nudità immortalate da piccola dal padre alle sue pose per Vogue passando per i suoi scatti da fotografa, non hanno alcun tipo di immagine a supporto per cui, nel corso di tutto il libro, si è costretti ad accedere a Google sperando che il motore di ricerca rintracci, tra parole chiave improvvisate quando i titoli delle foto latitano, le immagini descritte.

Infine, la libertà sessuale della protagonista, sottolineata e rimarcata ad ogni capitolo, più che idealizzare la Miller a ruolo di antesignana di ciò che ogni essere umano debba essere e possa fare, sembra etichettarla come colei che, quando nessuno poteva, osava fare certe cose. Io credo che la vita di Lee Miller, dovrebbe essere studiata come esempio di caparbietà e determinazione. Come la rappresentazione reale di quel concetto filosofico per cui “Ai piedi del faro non c’è luce” e solo ponendosi sempre un obiettivo, davanti, si possa vedere la luce. Che in tutto questo cammino lungo la propria vita, si tradisca il marito, si faccia sesso ammanettati o si venga cornificati, non credo abbia troppa importanza. Né credo che queste curiosità intime arricchiscano il termine ‘libertà’ di chissà quali significati.

Voto: 2 su 5


Ritratto della giovane in fiamme

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Orfeo aveva occhi solo per Euridice che divenne sua sposa. Il destino, però, non aveva previsto per loro un amore duraturo, infatti, un giorno, la bellezza di Euridice fece ardere il cuore di Aristeo che si innamorò di lei e cercò di sedurla. La fanciulla, per fuggire alle sue insistenze, si mise a correre ma, sfortunatamente, pestò un serpente nascosto nell’erba che la morsicò provocandone la morte istantanea. Orfeo, impazzito dal dolore e non riuscendo a concepire la sua vita senza la sua sposa, decise di scendere nell’Ade, per cercare di strapparla dal regno dei morti. Convinse, con la sua musica, Ade e Persefone a far ricondurre Euridice nel mondo dei vivi a patto che, durante il viaggio verso la terra, la precedesse e non si voltasse a guardarla finché non fossero giunti alla luce del sole. Orfeo, presa così per mano la sua sposa, iniziò il suo cammino verso la luce ma, appena prima di arrivare in superficie, sospettando di condurre per mano un’ombra e non Euridice, dimenticando la promessa fatta, si voltò a guardarla ma, nello stesso istante in cui i suoi occhi si posarono sul suo volto, Euridice svanì e Orfeo assistette, impotente, alla sua morte per la seconda volta.

Ieri sera ho visto Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma con Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel.

Il film, ambientato nella Francia di fine ‘700, parla della pittrice Marianne incaricata di realizzare il ritratto di nozze di Héloise, giovane donna appena uscita dal convento, promessa in sposa a un nobile milanese per adempiere al compito al quale la sorella si è sottratta, suicidandosi. Per realizzare il ritratto, compito per niente facile considerando che Héloise ha bruciato il quadro precedente pur di non acconsentire alle nozze, sua madre spaccia la pittrice per una dama di compagnia imponendo a Marianne il compito di osservare attentamente i tratti della promessa sposa per poi riprodurli ogni sera, su tela. E così, in un film che si districa tra colpi di matita, tempere e spennellate, si dipana la realizzazione di un capolavoro artistico: quello che la regista riesce a fare, infatti, è dar vita, in una cornice gelida, dove il fuoco dei camini non riesce a scaldare le stanze marmoree nelle quali la vicenda prende vita, dove i deboli fuochi delle candele non riescono a dar luce ai volti, a un’ardente passione che si sviluppa tra sguardi, dettagli e inquadrature morbose di occhi che sembrano nutrirsi gli uni degli altri. Perché per riprodurre un volto, bisogna tener conto dell’attaccatura dei capelli, della forma dell’orecchio, delle movenze delle labbra. E in tutta quest’osservazione certosina dettata, in principio, da un compito da assolvere, in questa ardua ricerca del dettaglio da mettere a fuoco e salvare in memoria, Héloise, ignara, legge segnali d’amore, gli stessi che Marianne, suo malgrado, continua a lanciare.

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In un film dove le parole non servono, non sono necessarie perché a parlare sono le immagini, ad irrompere e dare significato alla trama, a quanto sta per accadere, ci pensa la musica. È così, Marianne, nelle prime battute, di fronte a una Héloise acerba rispetto alle sonorità di un concerto, le improvvisa il terzo movimento dell’Estate di Vivaldi che riflette, con efficacia, la carica esplosiva della stagione che le protagoniste stanno per vivere: il tormentato ronzio di mosche e zanzare prima che la tempesta si scateni e che il temporale esploda senza lasciare possibilità di mettersi al riparo.

Una volta ultimato il ritratto, infatti, Marianne rivelerà il suo ruolo a Héloise che, messa di fronte alla tela, stenterà a riconoscere in quella raffigurazione se stessa ma soprattutto Marianne. Da questo momento, il revisionismo aprioristico di Marianne, la sua tecnica, la sua conformità alle regole vengono spazzate via da un temporale di emozioni, da fuochi che ardono e che bruciano divampando e non lasciando possibilità alcuna di mettersi al riparo. Le due protagoniste vivono, nei cinque giorni successivi, mentre la madre di Héloise andrà a Milano, la libertà di essere se stesse, di amarsi e di emanciparsi dalla staticità che la società dell’epoca aveva imposto loro e il ritratto di questi sentimenti, delle vere Héloise e Marianne, prenderà finalmente forma. Ma, riprendendo il mito di Orfeo ed Euridice, Héloise mette in chiaro come andranno i fatti: quello che resterà di questo grande amore non sarà che uno sguardo all’indietro. E non perché lo ha voluto Orfeo, ma perché a volerlo sarà anche Euridice “perchè il quell’ultimo sguardo resti il ricordo del poeta”…

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A rientro da Milano, la madre di Héloise, soddisfatta del ritratto, congederà Marianne. Questa stringerà a sé, per l’ultima volta, la sua amata e, prima di uscire di casa, la guarderà un’ultima volta girandosi indietro e fissandone per sempre l’immagine.

Anni dopo, Marianne ritroverà il volto di Héloise in un quadro e poi, rivedrà la sua amata in carne e ossa a un concerto di Vivaldi. Ma quello che resterà, in questa sceneggiatura meravigliosa, vincitrice a Cannes, saranno ancora una volta i silenzi, le frasi non proferite, in una società dove le regole cingono le protagoniste lasciandole immobili nella staticità di una tela incorniciata.


“Joker”, “Tutto il mio folle amore” e la poesia dei giorni nostri.

Ho assistito a un poetry slam. In quest’epoca sprofondata nella superficialità, nell’accumulo sfrenato fatto di cose da dire, di cose da fare, di amici da ascoltare, di notizie da scrollare, di voci alte, di rumori e disturbi, avevo solo voglia di un po’ di autenticità o, semplicemente, di trovare un po’ di sana sensibilità condivisa nella quale riuscire, finalmente, a riconoscermi.

Sono entrata, quindi, in un locale, sui Navigli e, in mezzo a voci, frastuoni, grida e chiacchiericci distratti, c’erano loro: i ‘poeti’ della serata.

Si esibivano uno ad uno in preparatissimi cabaret dove facevi fatica a capire quando fosse cominciata l’esposizione poetica e quando (finalmente) fosse finita. Sul palco, ho visto giullari , menestrelli, animatori turistici, attori comici, cabarettisti, Joker (anzi no, salviamo Joker da questo banalissimo show) ma soprattutto, esibizionisti egocentrici, leggere o recitare a memoria versi che sembravano estrapolati da conversazioni su whatsapp tra innamorati dodicenni. Altri davano l’idea di aver composto delle canzoni rap, in rima, che interpretavano incitando la folla a interagire ad ogni strofa. Poi c’erano i geni mascherati di tristezza che, narrando di profughi morti in mare tra brindisi col pubblico e finti pianti singhiozzati, riuscivano a prendere più applausi di tutti.

E poi c’ero io con il mio amaro in mano, in gola, in testa: giudicante, incompresa, silenziosa e affranta da tutto quel rumore che faceva clamore, che prendeva applausi e trovava consensi e sapeva di niente. O peggio: sapeva di film dell’orrore.

Ultimamente, al cinema, ho visto due film che mi hanno scosso e percosso: “Joker” di Todd Phillips, con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy e Brett Cullen e “Tutto il mio folle amore” di Gabriele Salvatores con Giulio Pranno, Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono, Daniel Vivian.

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Definiscono il primo un horror. Solo perché, circondato da troppo niente, inascoltato, incompreso, deriso, umiliato, un povero cristo, a un certo punto della sua vita, dopo aver accumulato rabbia, disperazione, tristezza, decide di ribellarsi al sistema nella maniera peggiore (o forse nell’unica maniera possibile per uno abituato a ingoiare rospi).

Assolutamente contraria ai metodi di ribellione utilizzati dal protagonista, per carità, ma come non capirlo? In questo “Black mirror” incombente e sempre meno virtuale, io vedo una moltitudine di potenziali Joker là fuori. Che ridono e ridono e ridono alzando il volume in quella risata. Perchè piangere, quello, bisogna farlo in silenzio lì dove nessuno può sentirli. Che il rischio di rimanere esclusi sarebbe troppo alto, troppo alto, altrimenti.

Ho visto anche “Tutto il mio folle amore”. E pensate un po’, in quell’horror di un “Joker” così come in questo film drammatico, io vi ho trovato molti più versi poetici ed emozioni che nella serata sui Navigli.

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Salvatores racconta il dramma dell’autismo o, forse, l’incapacità da parte di una madre, di un padre, di un figlio, di farsi accettare o, semplicemente, di trovare un modo, un gioco, una tastiera, una lingua, uno sguardo, per riuscire a comunicare.

Sia nell’uno che nell’altro film a cui ancora, dopo settimane, penso, la grandezza di attori, registi e sceneggiatori sta nello strappare alle parole, ai gesti, alle battute, il dialogo e farlo arrivare dritto agli spettatori attraverso metodi inconsueti: la risata di Joker, il vento sui capelli di Vincent o la sua frase di saluto al padre, sul finale del film, fatta di parole che non vogliono dire niente e vogliono dire tutto.

Tutte le mie lacrime stanno ancora lì, in quello slam poetry chiamato cinema, ultima speranza di questi anni bui.


A te che ancora, magari, mi leggi.

Quello che stiamo vivendo oggi, signora mia, è una bella trappola. Ci hanno ingabbiato in questo mondo virtuale che ci toglie il sonno, la lucidità, gli amici, che ci sottrae ai tête-à-tête, agli sguardi, all’ascolto, alla concentrazione o, semplicemente, alla vita. E così ci ritroviamo tutti, sottoscritta inclusa, in giornate di grande bellezza, fatte di schermi illuminati che filtrano i concerti, le portate dei ristoranti, i panorami mozzafiato. Ci ‘spariamo’ pose e selfie, imbalsamati nei nostri sorrisi sempre identici, per raccontare, amplificare e rendere assolutamente unica e invidiabile, la nostra vita perfetta.

Una bella trappola dalla quale, mi creda, non so se usciremo vivi. Ci sono persone, che ogni giorno, raccontano la vita degli altri, dei brand, dei personaggi, sul web e ne hanno addirittura fatto un lavoro. Ci sono ragazzi che si professano affetti da continui attacchi di improvvisa solitudine mentre, in mezzo agli amici, si destreggiano con il cellulare tra una conversazione su whatsapp e l’upload di una nuova story su Instagram e poi ci sono altre persone che influenzano. Che hanno potere, soldi e porte aperte, in virtù dei seguaci che hanno comprato o accumulato sui social.

Io, lo so che le sembra tutto surreale. Che la terminologia che utilizzo è grottesca e che, secondo lei, la mia non è che una visione pessimistica di dove stiamo andando. Ma quello che non sa lei, signora mia, è che io ci sto dentro fino al collo in questa gabbia. Io che amo profondamente la lettura, la concentrazione di fronte a un libro sfogliato, tesa a sottolineare quanto mi colpisca o dia emozioni ogni singola frase e che mi ritrovo, oggi, a scorrere quantità di informazioni inutili filtrate egregiamente da titoli postati in ottica SEO; io che odio i luoghi affollati o invasi dai rumori perché impediscono gli scambi di opinione e che mi ritrovo oggi a condividere pasti e uscite o passeggiate, ammirando retro di cellulari altrui; io che accumulo follower con la speranza che qualche porta si apra anche per me, ogni tanto. Io che ci lavoro dentro a questa gabbia. Io che ogni mattina mi ripeto “chissenefrega se hai studiato filosofia e se facevi la giornalista e se amavi Pessoa e Nietzsche e arrivare alla gente con l’autenticità e la qualità”, non vedi quanto sia interessante sicuro e ‘retribuito’, attirare l’attenzione degli utenti sui social con due righe accattivanti moltiplicate per tre post al giorno che fanno un ped mensile?

Signora mia, non faccia quella faccia lì. Che mi ha fatto usare faccia due volte e il mio direttore me lo avrebbe segnato con la matita blu (vabbè che qui siamo sul web dove si possono anche commettere i refusi (per lo meno se ti chiami IKEA).

Ci stanno fregando tutti e quando ce ne renderemo conto, signora mia, sarà troppo tardi. Adesso le racconto una bella storia triste, giusto per farle un esempio. Quando facevo la giornalista ebbi il mio Pigmalione. Un uomo che fu per me una guida, un esempio, il più grande capo, il giornalista più in gamba, versatile e competente con cui avessi mai lavorato. Lui non parlava dietro ad un telefono, andava in onda in tv. E incantava le persone. Non amplificava il suo ego e le sue possibilità di carriera accumulando follower. Scriveva pezzi. E ci metteva l’anima. Non lavorava sul suo brand, cercava di tirare fuori il meglio dagli altri, dai suoi dipendenti o dai personaggi che andava a intervistare. Era un buono lui. Talmente buono, altruista e attento al dettaglio, che non si rese conto che la quantità stava prendendo il sopravvento su tutta la qualità che lui professava. E che lo stavano facendo fuori. Il più grande giornalista che abbia mai conosciuto, signora mia, oggi fa il portiere di notte. E me lo immagino lì, a leggere i libri di carta sottolineando le frasi che più lo colpiscono, a interagire con la gente a suo modo, intervistando gli ospiti dell’albergo per costruirci le sue belle storie.

Ecco dove stiamo andando, signora. Quello che mi aspetto, è un mondo reale popolato da zombie. Dove i più frettolosi, superficiali e, me lo lasci dire, maleducati, faranno strada. E dove non ci resterà che sperare in un albergo dove andare d’estate per trovare un portiere che legge, di notte, che ci fermi per guardarci dritto negli occhi e ascoltarci. Finalmente.


Elvira, a teatro

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L’altra sera sono andata a vedere Elvira al Teatro Grassi di Milano. Si tratta dello spettacolo che Toni Servillo ha tratto dalle sette lezioni che Louis Jouvet diede all’allieva Claudia, al Conservatoire National d’Art dramatique di Parigi, nei mesi dell’occupazione nazista.

Siamo nel 1940.  Sul palco, il ‘maestro’, ‘regista’, ‘pedagogista’ Jouvet/Servillo è alle prese con il lavoro appassionato di Claudia, intorno alla seconda scena di Elvira quando, nel Don Giovanni di Molière, l’infelice innamorata arriva in scena e implora il suo seduttore di pentirsi, per salvarsi l’anima. Quello che viene raccontato è il difficilissimo atto di immergersi completamente nel ruolo di un personaggio. Tutto lo spettacolo è una grande, sublime, lezione di recitazione a suon di: “Elimina i filtri dell’orgoglio!”, “Fa’ che sia il tuo corpo a muoversi e a ‘parlare’, non il testo!”, “Evita le pause, fa’ che le parole fuoriescano dal tuo petto, dalla tua pancia”. E per due ore, che sia di spalle o frontale, che sia seduto o in piedi, al centro del teatro o nell’angolo meno illuminato della sala, Servillo riempie lo spazio. Le sue battute, scandite e intervallate da cambi di tono, la sua gestualità, il suo sguardo, attento e aperto alla sua discente come a tutto ciò che si ‘senta’ intorno, le verità da lui declamate, rendono ogni spettatore Claudia. Come se quel maestro lì, quegli insegnamenti, quell’attenzione, quello sguardo, oggi più che mai, in una società basata sulla superficialità di una comunicazione che resta sempre dietro a un display o, semplicemente, in superficie, fossero necessari. Come se quella richiesta di autenticità, di verità dell’interpretazione fossero l’unica cosa che ci sia rimasta. Perché, che si tratti del mondo della recitazione o delle prove, che si tratti di vita reale o di finzione, quello che ci racconta Elvira è che non bisogna solo e soltanto sottostare alle regole, interpretare alla lettera quanto ci si aspetti da noi. Quello che più di tutto colpisce, in questo spettacolo, quello che commuove, è la supplica del maestro alla discente di “metterci se stessa”, di entrare dentro a quanto stia facendo e “recitare la bellezza”, nonostante il nazismo che attanagliava le pause di Elvira, o i momenti abbandonati al caos che scandiscono questo presente.

E di fronte a tutto questo c’è Claudia (Petra Valentini). Claudia che prova, Claudia che sbaglia, Claudia che ascolta il maestro e che resta lì, a dare un senso a quell’ascolto, al suo silenzio. E i silenzi di Claudia sono tantissimi. Il suo personaggio difficilissimo. Perché siamo tutti Claudia. Sbagliamo tutti, continuamente. Perché la vita là fuori invade le nostre teste e trovare la concentrazione per rimanere autentici risulta impossibile. Farlo in pochissimo tempo, assurdo. Perché se anche sei l’attrice più promettente del corso,  il talento da solo non basta, va disciplinato da un continuo esercizio, dalla continua necessità di guardarsi dentro, togliersi le maschere, togliere addirittura il sé per poi ritrovarlo.

A fine spettacolo sono corsa a salutare Servillo, incredula, nel sapere che avrebbe accettato di incontrare il suo pubblico. Mi aspettavo una marea di gente, lì con me. Eravamo in quattro. Ho commentato il suo spettacolo rivelandogli che sarebbe stato meraviglioso, per me, averlo come insegnante di recitazione. Mi ha risposto che non lo farebbe mai, che non si sente “portato”. Poi, rifacendomi a quanto avevo visto, gli ho chiesto se, nei panni dell’attore, dell’uomo che rispetta le regole, che trova il consenso dell’insegnante quando finalmente va in scena, si diventi immuni da critiche di ogni sorta. E lì, l’immenso Servillo, mi ha stupito rivelandomi che le critiche fanno male. Che le senti, a prescindere.

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Io ci ripenso da giorni a quanto mi ha detto. Penso che avrei voluto invitare lui e Petra a cena per sommergerli di domande. E ripenso alla scena finale, quando, nonostante tutti gli applausi fossero per Servillo, questi mandasse avanti la sua giovane allieva, ritagliando per se stesso solo le uscite di gruppo. Un gesto di GRANDE BELLEZZA di un uomo immenso che resta ancora un passo indietro.

Quindi, se come me amate la recitazione, la psicanalisi o, semplicemente, se amate qualcuno, portatelo a vedere Elvira: vi vedrete una dichiarazione d’amore divorante, appassionata e autentica per il teatro ma anche una “lectio vitae”, la cera che vuole essere plasmata dal regista, la potenza che si deve fare atto, un esercizio che, dimentico della tecnica va in fondo al punto: mettersi faccia a faccia con se stessi a prescindere dal contesto.

Se poi vi verrà voglia, iscrivetevi a un corso di teatro ma ricordate: non ci saranno specchi attorno a voi. Lì non vi potrete guardare… che da dentro.

 


A star is born

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Qualche giorno fa ho visto A star is born un film con e di Bradley Cooper, con Lady GaGa, Sam Elliott, Andrew Dice Clay, Anthony Ramos, Bonnie Somerville. La storia parla di Ally, una cameriera squattrinata che si esibisce come cantante, ogni venerdì sera, in un locale per travestiti, e della rockstar Jackson Maine. Una sera, al termine di un concerto, per rifornirsi di gin, Jackson si ferma nel pub in cui canta Ally e i due si incontrano. Lui, tra un drink e l’altro, nella solita ricerca di evasioni, superficie, leggerezza o, semplicemente, di normalità, si imbatte nell’inaspettato: una voce autentica, quella di Ally. I due proseguono la serata insieme, in una notte di sguardi, situazioni, frasi, attimi infiniti,  in cui Ally mostra a Jack che oltre alla sua voce c’è un’anima sensibile, fatta sensazioni, di mondi, di insofferenza, così affini alle sue da farlo innamorare. Passa un giorno e Jack invita Ally a un suo concerto facendola esibire, a sorpresa, di fronte al mondo. Da questo momento inizia la favola, in questo momento a star is born: Ally scala le vette delle classifiche, Ally partecipa ai programmi televisivi, Ally cambia look, Ally impara i passi per le coreografie, Ally finisce nei cartelloni dei grattacieli più alti delle città, Ally vince i Grammy. Contemporaneamente Jack rotola in direzione opposta. Il suo udito, la sua tenuta fisica, il suo alcolismo, la sua capacità di stare sotto ai riflettori precipitano sempre più in basso, in un abisso dove l’unica luce, l’unico valore che possa ancora dare un senso a tutto resta l’autenticità di Ally. Forse.

maxresdefault-5.jpgL’interpretazione di Bradley Cooper, in questo film, è meravigliosa. L’attore che si fa cantante, musicista, amante innamorato è credibile, reale, appassionato e stupefacente. Sulla regia ci sarebbero diverse cose da dire: la direzione del cast è praticamente inesistente, la caratterizzazione dei personaggi, lo sviluppo di alcuni aspetti interessanti della trama (come affrontano i vecchi colleghi di Ally la sua ascesa? Quanto Ally si ribella alle ‘vestizioni’ volute dal marketing?) la mancanza di camere fisse e dettagli su certe scene che, da sole, avrebbero potuto fare tutto il film, vedono Cooper, alla sua prima prova da regista, ancora troppo acerbo per ricoprire quel ruolo.

Bradley-Cooper-and-Lady-Gaga-in-A-Star-is-BornStefani Joanne Angelina Germanotta  è, invece, imperfetta e meravigliosa. Non credo sia riuscita a vestire i panni di Ally. Se l’intento del regista era, infatti, quello di farla apparire come una cameriera fragile e insicura, attanagliata da un viso, da un naso, troppo grandi, troppo inopportuni  e difettosi o, semplicemente, comuni per stare sotto ai riflettori, Stefani indossa i panni di Lady Gaga. Dell’autentica Gaga. Quella che sale sul palco e viene catapultata di fronte a un milione di spettatori, con fari a LED che le accecano gli occhi, fumo di scena, schitarrate della band diffuse dagli altoparlanti e cosa fa? Guarda il pubblico dritto in faccia. E canta senza tentennamenti, senza stecche, senza titubanze. Ally sale sul piedistallo di quella finta notorietà acquisita nel film, standoci comoda e rilassata come solo Lady Gaga può fare. E non simula sforzi quando canta. Non piega le ginocchia, non deglutisce, non abbassa lo sguardo. Non ne ha bisogno. La sua testa alta, senza vestiti fatti di carne, senza trucco, senza ballerine di contorno o vestiti di scena, le rendono finalmente giustizia: via le maschere, via il troppo, l’eccesso, le caricature, il trash, la celebrazione del diverso che fa notizia a tutti i costi. Perché se hai una voce così, “se hai un talento e delle cose da dire che gli altri non vedevano l’ora di ascoltare”, puoi addirittura osare di essere te stesso, in questa vita. E allora non vi stupite se tratterrete i pianti, al cinema, di fronte al suo finto debutto. Non vi scandalizzate se la vostra mente sarà un ring di contraddittori in lotta continua, se sarete indecisi per tutta la sua durata,  tra l’irriconoscibilità di questa donna nei panni di una brava attrice e la meraviglia di vedere come, solo indossando i panni di un’altra, Lady GaGA sia riuscita a mostrarci chi sia veramente Stefani Joanne Angelina Germanotta. O, forse, tutto questo è solo una bella storia che mi voglio raccontare. Perché quella poesia di Alda Merini, quella della polvere che fa volare le ali di farfalla, quell’assoggettamento a quanto ci sia di più sporco per andare su, in alto, a me pesa davvero troppo. E non mi criticate se voglio immaginare Lady Gaga in casa, con la maglietta bianca annodata sopra l’ombelico, i jeans e i piedi nudi, con la faccia pulita e i capelli sciolti, uscire e permettersi di ‘mostrarsi’ così, un giorno. Non me ne vogliate se voglio immaginare che, in un domani non troppo lontano, la sua voce avrà già conquistato tutti e non le servirà, non CI servirà più tutta quella polvere…


Anche libero va bene

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Non amo parlare dei film che non mi piacciono. Quindi, se ne parlo, vuol dire che mi sono piaciuti. Anche se dico che non mi hanno convinto, che non so ancora dare una valutazione oggettiva. Mi sono piaciuti. E ‘mi sono piaciuti’, in genere, significa che, una volta finito il film, io ci continui a lasciare i pensieri. Dentro. Nella trama, nella scena del bimbo che piange che mi ha fatto piangere. Nella scelta di presentare il protagonista in quel modo, piuttosto che in quell’altro. E poi, caratteristica comune dei film che mi piacciono, sta nel fatto che consiglio a destra e a manca di vederli. Anche se sono di dodici anni fa e io li ho scoperti solo ora. Consiglio di vederli, di non restare indietro, come me, ancora per chissà quanto tempo…

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Ho consigliato di vedere ‘Anche libero va bene’ alle mie amiche, a mia sorella e ora lo consiglio anche a voi. Si tratta del primo film da regista di Kim Rossi Stuart con Alessandro Morace e Barbora Bobulova. Parla di Tommaso, un bimbo maturo che deve vedersela con tantissimi piccoli adulti per cercare di salvarli. Il padre di Tommaso, Renato, da tempo, vive con i suoi due figli cercando di portare avanti una parvenza di normalità familiare fatta di lezioni a scuola e a nuoto e a danza, con tanto di morettiani canti in macchina e abbracci a colazione, di scelte ‘parlate’ e condivise con i propri cuccioli ormai e all’occorrenza ‘grandi’. Un giorno, questa finta normalità familiare viene interrotta dal ritorno a casa di Stefania, la mamma dei cuccioli. Una donna inaffidabile, pronta a separarsi dalla famiglia ancora, e ancora, perché inappagata dal proprio uomo, frustrata dalla sua fragile condizione, dall’instabilità del suo carattere, dalla precarietà del suo lavoro. E mentre Renato, dopo una scenata iniziale a suon di bestemmie e parolacce, l’accoglie nell’illusione che questo sia l’ultimo ritorno, che non ci saranno altri abbandoni, che a tenere la famiglia unita basteranno figli addomesticati a coccolarla, mentre la figlia si lascia abbindolare dai copioni del papà rispondendo alle battute di mamma, Tommaso resta lì, fermo. A guardare. Senza sbilanciarsi, senza recitare la sua parte di cucciolo contento. “Che tanto, mamma se ne andrà ancora”.

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In questo film vengono esposte, una per una, tutte le menzogne che si raccontano i grandi per non guardare in faccia la verità. Tutti i teatrini che mettiamo in scena per non vedere che la persona con cui stiamo è una bambina che non vuole crescere, che siamo dei falliti sul lavoro, che la nostra famiglia perfetta non esiste, che i nostri figli non amano lo sport che abbiamo scelto per loro e che non basteranno tutte le canzoncine del mondo cantate in macchina per far sì che esista davvero. Ma la cosa più bella e commovente e straziante e poetica, raccontata in questo film, è che solo un bimbo può vedere la realtà così com’è. Solo negli occhi di un bimbo silente si riesce a specchiare un mondo di bugie che fanno rumore da tutte le parti.

 

 


Chiamami col tuo nome

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Avevo letto Chiamami col tuo nome di André Aciman qualche anno fa. E lo avevo amato. Ieri sera ne ho visto la trasposizione cinematografica e ancora non so se mi sia piaciuto. L’altezza del libro, quella è irraggiungibile da tutti i punti di vista. Perché quando leggiamo i libri proiettiamo nei personaggi, nei vestiti, nei paesaggi, nelle emozioni un po’ di noi stessi e quel pezzo di noi che l’immaginazione ci consentiva di rivedere nelle parole delle pagine, sul grande schermo scompare sempre, fotogramma dopo fotogramma, battuta dopo battuta. Ma Chiamami col tuo nome con Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel è un film che va visto, in ogni caso. Non so perché ma uscita dalla sala mi immaginavo Salvini, Berlusconi e tutti i benpensanti italici incatenati alle poltrone di un cinema, con un’infermiera lì accanto, pronta a lubrificargli gli occhi, costretti a rimanere aperti. Rivedevo il finale di Arancia Meccanica in versione moderna, con coloro che oggi vorrebbero abolire le unioni civili, costretti a questa educazione sentimentale. A un’educazione all’amore a cui, evidentemente e purtroppo, sono stati sottratti da piccoli…

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Siamo nel 1983. In una città del nord Italia, una splendida coppia di intellettuali con il figlio Elio accoglie per le vacanze estive Oliver, un giovane americano trasferitosi per qualche mese al fine di portare avanti la sua tesi di post-dottorato. In questo contesto, il regista Luca Guadagnino, ci immerge in una bellezza culturale fatta di statue, adoni, ville dove si parlano tutte le lingue del mondo con disinvoltura, dove si legge la musica classica, si discute di filosofia, ci si confronta sulla politica e si dibatte sull’etimologia dei termini, una bellezza culturale dove tutto è possibile: anche l’amore tra il diciassettenne Elio e l’ospite universitario. Un amore provato, soffocato, idealizzato e finalmente vissuto. Dove non si sa, tra i due giovani, chi ami più l’altro, chi sia più combattuto rispetto alla volontà di lasciarsi andare completamente. Perché questo film non racconta di paure rispetto a una società omofoba. Narra della paura di lasciarsi andare e basta.

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E così, infinite inquadrature di albicocche sui rami, tramonti riflessi sull’acqua dei laghi, distese d’erba, nuotate nei fiumi, passeggiate in bicicletta tra giorni di sole e acquazzoni estivi, infinite discussioni inutili su Craxi e il pentapartito, sulla morte di Buñuel e l’imbarbarimento della cultura,  si frappongo tra l’attesa che Elio scopra di essere pazzo di Oliver e che questi gli lanci un solo segnale che anche per lui sia lo stesso. Inquadratura dopo inquadratura, nella lentezza di un amore che non può avere fretta per maturare, i due giovani ‘sprecano’ tutto il tempo a disposizione per concedersi solo alla fine, quando Oliver dovrà partire e il film dovrà trovare una sua fine. Ma non è questo l’importante. L’importante è che qualcosa sia successo. Che i due protagonisti si siano concessi di farlo succedere perché,  così come a fine film dirà il padre illuminato al triste Elio, in un monologo che vale da solo tutto il film: Sforzarsi di non provare niente per non provare qualcosa… è uno spreco!”

L’ultimo fotogramma di questo film vede Elio, davanti al camino. Piangere (e non mi sembra il caso di spoilerarvi il perché). Arrivano i titoli di coda. E mentre stai lì ad apprezzare il regista che ha messo tutte le stagiste tra i titoli, torni sugli occhi di Elio che continuano a piangere. Ancora e ancora. Anche quando il film è finito. Anche quando la gente in sala è in piedi o sei lì che torni a casa in macchina. Li vedi ancora quegli occhi che piangono. Quel finale che continua e ti rimane dentro…