Archivio dell'autore: Silvia Trovato

Elvira, a teatro

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L’altra sera sono andata a vedere Elvira al Teatro Grassi di Milano. Si tratta dello spettacolo che Toni Servillo ha tratto dalle sette lezioni che Louis Jouvet diede all’allieva Claudia, al Conservatoire National d’Art dramatique di Parigi, nei mesi dell’occupazione nazista.

Siamo nel 1940.  Sul palco, il ‘maestro’, ‘regista’, ‘pedagogista’ Jouvet/Servillo è alle prese con il lavoro appassionato di Claudia, intorno alla seconda scena di Elvira quando, nel Don Giovanni di Molière, l’infelice innamorata arriva in scena e implora il suo seduttore di pentirsi, per salvarsi l’anima. Quello che viene raccontato è il difficilissimo atto di immergersi completamente nel ruolo di un personaggio. Tutto lo spettacolo è una grande, sublime, lezione di recitazione a suon di: “Elimina i filtri dell’orgoglio!”, “Fa’ che sia il tuo corpo a muoversi e a ‘parlare’, non il testo!”, “Evita le pause, fa’ che le parole fuoriescano dal tuo petto, dalla tua pancia”. E per due ore, che sia di spalle o frontale, che sia seduto o in piedi, al centro del teatro o nell’angolo meno illuminato della sala, Servillo riempie lo spazio. Le sue battute, scandite e intervallate da cambi di tono, la sua gestualità, il suo sguardo, attento e aperto alla sua discente come a tutto ciò che si ‘senta’ intorno, le verità da lui declamate, rendono ogni spettatore Claudia. Come se quel maestro lì, quegli insegnamenti, quell’attenzione, quello sguardo, oggi più che mai, in una società basata sulla superficialità di una comunicazione che resta sempre dietro a un display o, semplicemente, in superficie, fossero necessari. Come se quella richiesta di autenticità, di verità dell’interpretazione fossero l’unica cosa che ci sia rimasta. Perché, che si tratti del mondo della recitazione o delle prove, che si tratti di vita reale o di finzione, quello che ci racconta Elvira è che non bisogna solo e soltanto sottostare alle regole, interpretare alla lettera quanto ci si aspetti da noi. Quello che più di tutto colpisce, in questo spettacolo, quello che commuove, è la supplica del maestro alla discente di “metterci se stessa”, di entrare dentro a quanto stia facendo e “recitare la bellezza”, nonostante il nazismo che attanagliava le pause di Elvira, o i momenti abbandonati al caos che scandiscono questo presente.

E di fronte a tutto questo c’è Claudia (Petra Valentini). Claudia che prova, Claudia che sbaglia, Claudia che ascolta il maestro e che resta lì, a dare un senso a quell’ascolto, al suo silenzio. E i silenzi di Claudia sono tantissimi. Il suo personaggio difficilissimo. Perché siamo tutti Claudia. Sbagliamo tutti, continuamente. Perché la vita là fuori invade le nostre teste e trovare la concentrazione per rimanere autentici risulta impossibile. Farlo in pochissimo tempo, assurdo. Perché se anche sei l’attrice più promettente del corso,  il talento da solo non basta, va disciplinato da un continuo esercizio, dalla continua necessità di guardarsi dentro, togliersi le maschere, togliere addirittura il sé per poi ritrovarlo.

A fine spettacolo sono corsa a salutare Servillo, incredula, nel sapere che avrebbe accettato di incontrare il suo pubblico. Mi aspettavo una marea di gente, lì con me. Eravamo in quattro. Ho commentato il suo spettacolo rivelandogli che sarebbe stato meraviglioso, per me, averlo come insegnante di recitazione. Mi ha risposto che non lo farebbe mai, che non si sente “portato”. Poi, rifacendomi a quanto avevo visto, gli ho chiesto se, nei panni dell’attore, dell’uomo che rispetta le regole, che trova il consenso dell’insegnante quando finalmente va in scena, si diventi immuni da critiche di ogni sorta. E lì, l’immenso Servillo, mi ha stupito rivelandomi che le critiche fanno male. Che le senti, a prescindere.

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Io ci ripenso da giorni a quanto mi ha detto. Penso che avrei voluto invitare lui e Petra a cena per sommergerli di domande. E ripenso alla scena finale, quando, nonostante tutti gli applausi fossero per Servillo, questi mandasse avanti la sua giovane allieva, ritagliando per se stesso solo le uscite di gruppo. Un gesto di GRANDE BELLEZZA di un uomo immenso che resta ancora un passo indietro.

Quindi, se come me amate la recitazione, la psicanalisi o, semplicemente, se amate qualcuno, portatelo a vedere Elvira: vi vedrete una dichiarazione d’amore divorante, appassionata e autentica per il teatro ma anche una “lectio vitae”, la cera che vuole essere plasmata dal regista, la potenza che si deve fare atto, un esercizio che, dimentico della tecnica va in fondo al punto: mettersi faccia a faccia con se stessi a prescindere dal contesto.

Se poi vi verrà voglia, inscrivetevi a un corso di teatro ma ricordate: non ci saranno specchi attorno a voi. Non vi potrete guardare… che da dentro.

 

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A star is born

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Qualche giorno fa ho visto A star is born un film con e di Bradley Cooper, con Lady GaGa, Sam Elliott, Andrew Dice Clay, Anthony Ramos, Bonnie Somerville. La storia parla di Ally, una cameriera squattrinata che si esibisce come cantante, ogni venerdì sera, in un locale per travestiti, e della rockstar Jackson Maine. Una sera, al termine di un concerto, per rifornirsi di gin, Jackson si ferma nel pub in cui canta Ally e i due si incontrano. Lui, tra un drink e l’altro, nella solita ricerca di evasioni, superficie, leggerezza o, semplicemente, di normalità, si imbatte nell’inaspettato: una voce autentica, quella di Ally. I due proseguono la serata insieme, in una notte di sguardi, situazioni, frasi, attimi infiniti,  in cui Ally mostra a Jack che oltre alla sua voce c’è un’anima sensibile, fatta sensazioni, di mondi, di insofferenza, così affini alle sue da farlo innamorare. Passa un giorno e Jack invita Ally a un suo concerto facendola esibire, a sorpresa, di fronte al mondo. Da questo momento inizia la favola, in questo momento a star is born: Ally scala le vette delle classifiche, Ally partecipa ai programmi televisivi, Ally cambia look, Ally impara i passi per le coreografie, Ally finisce nei cartelloni dei grattacieli più alti delle città, Ally vince i Grammy. Contemporaneamente Jack rotola in direzione opposta. Il suo udito, la sua tenuta fisica, il suo alcolismo, la sua capacità di stare sotto ai riflettori precipitano sempre più in basso, in un abisso dove l’unica luce, l’unico valore che possa ancora dare un senso a tutto resta l’autenticità di Ally. Forse.

maxresdefault-5.jpgL’interpretazione di Bradley Cooper, in questo film, è meravigliosa. L’attore che si fa cantante, musicista, amante innamorato è credibile, reale, appassionato e stupefacente. Sulla regia ci sarebbero diverse cose da dire: la direzione del cast è praticamente inesistente, la caratterizzazione dei personaggi, lo sviluppo di alcuni aspetti interessanti della trama (come affrontano i vecchi colleghi di Ally la sua ascesa? Quanto Ally si ribella alle ‘vestizioni’ volute dal marketing?) la mancanza di camere fisse e dettagli su certe scene che, da sole, avrebbero potuto fare tutto il film, vedono Cooper, alla sua prima prova da regista, ancora troppo acerbo per ricoprire quel ruolo.

Bradley-Cooper-and-Lady-Gaga-in-A-Star-is-BornStefani Joanne Angelina Germanotta  è, invece, imperfetta e meravigliosa. Non credo sia riuscita a vestire i panni di Ally. Se l’intento del regista era, infatti, quello di farla apparire come una cameriera fragile e insicura, attanagliata da un viso, da un naso, troppo grandi, troppo inopportuni  e difettosi o, semplicemente, comuni per stare sotto ai riflettori, Stefani indossa i panni di Lady Gaga. Dell’autentica Gaga. Quella che sale sul palco e viene catapultata di fronte a un milione di spettatori, con fari a LED che le accecano gli occhi, fumo di scena, schitarrate della band diffuse dagli altoparlanti e cosa fa? Guarda il pubblico dritto in faccia. E canta senza tentennamenti, senza stecche, senza titubanze. Ally sale sul piedistallo di quella finta notorietà acquisita nel film, standoci comoda e rilassata come solo Lady Gaga può fare. E non simula sforzi quando canta. Non piega le ginocchia, non deglutisce, non abbassa lo sguardo. Non ne ha bisogno. La sua testa alta, senza vestiti fatti di carne, senza trucco, senza ballerine di contorno o vestiti di scena, le rendono finalmente giustizia: via le maschere, via il troppo, l’eccesso, le caricature, il trash, la celebrazione del diverso che fa notizia a tutti i costi. Perché se hai una voce così, “se hai un talento e delle cose da dire che gli altri non vedevano l’ora di ascoltare”, puoi addirittura osare di essere te stesso, in questa vita. E allora non vi stupite se tratterrete i pianti, al cinema, di fronte al suo finto debutto. Non vi scandalizzate se la vostra mente sarà un ring di contraddittori in lotta continua, se sarete indecisi per tutta la sua durata,  tra l’irriconoscibilità di questa donna nei panni di una brava attrice e la meraviglia di vedere come, solo indossando i panni di un’altra, Lady GaGA sia riuscita a mostrarci chi sia veramente Stefani Joanne Angelina Germanotta. O, forse, tutto questo è solo una bella storia che mi voglio raccontare. Perché quella poesia di Alda Merini, quella della polvere che fa volare le ali di farfalla, quell’assoggettamento a quanto ci sia di più sporco per andare su, in alto, a me pesa davvero troppo. E non mi criticate se voglio immaginare Lady Gaga in casa, con la maglietta bianca annodata sopra l’ombelico, i jeans e i piedi nudi, con la faccia pulita e i capelli sciolti, uscire e permettersi di ‘mostrarsi’ così, un giorno. Non me ne vogliate se voglio immaginare che, in un domani non troppo lontano, la sua voce avrà già conquistato tutti e non le servirà, non CI servirà più tutta quella polvere…


Anche libero va bene

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Non amo parlare dei film che non mi piacciono. Quindi, se ne parlo, vuol dire che mi sono piaciuti. Anche se dico che non mi hanno convinto, che non so ancora dare una valutazione oggettiva. Mi sono piaciuti. E ‘mi sono piaciuti’, in genere, significa che, una volta finito il film, io ci continui a lasciare i pensieri. Dentro. Nella trama, nella scena del bimbo che piange che mi ha fatto piangere. Nella scelta di presentare il protagonista in quel modo, piuttosto che in quell’altro. E poi, caratteristica comune dei film che mi piacciono, sta nel fatto che consiglio a destra e a manca di vederli. Anche se sono di dodici anni fa e io li ho scoperti solo ora. Consiglio di vederli, di non restare indietro, come me, ancora per chissà quanto tempo…

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Ho consigliato di vedere ‘Anche libero va bene’ alle mie amiche, a mia sorella e ora lo consiglio anche a voi. Si tratta del primo film da regista di Kim Rossi Stuart con Alessandro Morace e Barbora Bobulova. Parla di Tommaso, un bimbo maturo che deve vedersela con tantissimi piccoli adulti per cercare di salvarli. Il padre di Tommaso, Renato, da tempo, vive con i suoi due figli cercando di portare avanti una parvenza di normalità familiare fatta di lezioni a scuola e a nuoto e a danza, con tanto di morettiani canti in macchina e abbracci a colazione, di scelte ‘parlate’ e condivise con i propri cuccioli ormai e all’occorrenza ‘grandi’. Un giorno, questa finta normalità familiare viene interrotta dal ritorno a casa di Stefania, la mamma dei cuccioli. Una donna inaffidabile, pronta a separarsi dalla famiglia ancora, e ancora, perché inappagata dal proprio uomo, frustrata dalla sua fragile condizione, dall’instabilità del suo carattere, dalla precarietà del suo lavoro. E mentre Renato, dopo una scenata iniziale a suon di bestemmie e parolacce, l’accoglie nell’illusione che questo sia l’ultimo ritorno, che non ci saranno altri abbandoni, che a tenere la famiglia unita basteranno figli addomesticati a coccolarla, mentre la figlia si lascia abbindolare dai copioni del papà rispondendo alle battute di mamma, Tommaso resta lì, fermo. A guardare. Senza sbilanciarsi, senza recitare la sua parte di cucciolo contento. “Che tanto, mamma se ne andrà ancora”.

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In questo film vengono esposte, una per una, tutte le menzogne che si raccontano i grandi per non guardare in faccia la verità. Tutti i teatrini che mettiamo in scena per non vedere che la persona con cui stiamo è una bambina che non vuole crescere, che siamo dei falliti sul lavoro, che la nostra famiglia perfetta non esiste, che i nostri figli non amano lo sport che abbiamo scelto per loro e che non basteranno tutte le canzoncine del mondo cantate in macchina per far sì che esista davvero. Ma la cosa più bella e commovente e straziante e poetica, raccontata in questo film, è che solo un bimbo può vedere la realtà così com’è. Solo negli occhi di un bimbo silente si riesce a specchiare un mondo di bugie che fanno rumore da tutte le parti.

 

 


Chiamami col tuo nome

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Avevo letto Chiamami col tuo nome di André Aciman qualche anno fa. E lo avevo amato. Ieri sera ne ho visto la trasposizione cinematografica e ancora non so se mi sia piaciuto. L’altezza del libro, quella è irraggiungibile da tutti i punti di vista. Perché quando leggiamo i libri proiettiamo nei personaggi, nei vestiti, nei paesaggi, nelle emozioni un po’ di noi stessi e quel pezzo di noi che l’immaginazione ci consentiva di rivedere nelle parole delle pagine, sul grande schermo scompare sempre, fotogramma dopo fotogramma, battuta dopo battuta. Ma Chiamami col tuo nome con Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel è un film che va visto, in ogni caso. Non so perché ma uscita dalla sala mi immaginavo Salvini, Berlusconi e tutti i benpensanti italici incatenati alle poltrone di un cinema, con un’infermiera lì accanto, pronta a lubrificargli gli occhi, costretti a rimanere aperti. Rivedevo il finale di Arancia Meccanica in versione moderna, con coloro che oggi vorrebbero abolire le unioni civili, costretti a questa educazione sentimentale. A un’educazione all’amore a cui, evidentemente e purtroppo, sono stati sottratti da piccoli…

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Siamo nel 1983. In una città del nord Italia, una splendida coppia di intellettuali con il figlio Elio accoglie per le vacanze estive Oliver, un giovane americano trasferitosi per qualche mese al fine di portare avanti la sua tesi di post-dottorato. In questo contesto, il regista Luca Guadagnino, ci immerge in una bellezza culturale fatta di statue, adoni, ville dove si parlano tutte le lingue del mondo con disinvoltura, dove si legge la musica classica, si discute di filosofia, ci si confronta sulla politica e si dibatte sull’etimologia dei termini, una bellezza culturale dove tutto è possibile: anche l’amore tra il diciassettenne Elio e l’ospite universitario. Un amore provato, soffocato, idealizzato e finalmente vissuto. Dove non si sa, tra i due giovani, chi ami più l’altro, chi sia più combattuto rispetto alla volontà di lasciarsi andare completamente. Perché questo film non racconta di paure rispetto a una società omofoba. Narra della paura di lasciarsi andare e basta.

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E così, infinite inquadrature di albicocche sui rami, tramonti riflessi sull’acqua dei laghi, distese d’erba, nuotate nei fiumi, passeggiate in bicicletta tra giorni di sole e acquazzoni estivi, infinite discussioni inutili su Craxi e il pentapartito, sulla morte di Buñuel e l’imbarbarimento della cultura,  si frappongo tra l’attesa che Elio scopra di essere pazzo di Oliver e che questi gli lanci un solo segnale che anche per lui sia lo stesso. Inquadratura dopo inquadratura, nella lentezza di un amore che non può avere fretta per maturare, i due giovani ‘sprecano’ tutto il tempo a disposizione per concedersi solo alla fine, quando Oliver dovrà partire e il film dovrà trovare una sua fine. Ma non è questo l’importante. L’importante è che qualcosa sia successo. Che i due protagonisti si siano concessi di farlo succedere perché,  così come a fine film dirà il padre illuminato al triste Elio, in un monologo che vale da solo tutto il film: Sforzarsi di non provare niente per non provare qualcosa… è uno spreco!”

L’ultimo fotogramma di questo film vede Elio, davanti al camino. Piangere (e non mi sembra il caso di spoilerarvi il perché). Arrivano i titoli di coda. E mentre stai lì ad apprezzare il regista che ha messo tutte le stagiste tra i titoli, torni sugli occhi di Elio che continuano a piangere. Ancora e ancora. Anche quando il film è finito. Anche quando la gente in sala è in piedi o sei lì che torni a casa in macchina. Li vedi ancora quegli occhi che piangono. Quel finale che continua e ti rimane dentro…


The Handmaid’s Tale

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Sono una neofita, lo ammetto. Di serie ne ho viste poche. I film, quelli sì, mi appassionano senza invadere troppo la mia vita, le mie notti, il mio tempo libero. Hanno un inizio e una fine. Non recano troppe fatiche alla mia concentrazione a tempo. Che se la spreco tutta davanti a uno schermo – mi sono sempre detta – per le cose serie dove la trovo? La concentrazione, dico.

Qualche giorno fa ho finito di vedere su TIMVISION The Handmaid’s Tale, trasposizione televisiva del libro ‘Il racconto dell’ancella’ di Margaret Atwood.

Vi si racconta di un mondo governato dagli uomini. Secondo leggi scritte da uomini. Dove le donne sono destinate a non fare carriera, a non avere ruoli importanti nella società, a non potersi opporre alle regole decise dagli uomini, a non poter scappare in altri mondi. Le donne sono ridotte a una condizione di schiavitù e, per questo, denominate ‘ancelle’. Sono animali da riproduzione. Sono vagine. Sono uteri.

Tutte le critiche lette in rete descrivono l’ambientazione di questa serie come collocata in un ‘futuro distopico’. Perché in The Handmaid’s Tale, le donne-vagine, vittime di stupri, di derisione, di violenza fisica e psicologica, sembrano non empatizzare con le altre donne. Perché nel regime misogino ed estremista di questa serie dove la donna nasce, cresce e resta un essere inferiore, nessuna donna osa opporsi a un sistema che le è stato imposto da sempre come ‘giusto’.

Fortuna che tutto questo è una serie tv. Che nella realtà, di fronte a uno stupro, le donne solidarizzino con le altre donne. E che le donne abbiano ruoli diversi da semplici vagine (o fiche, perché no?), e che possano addirittura aspirare al potere, al pari degli uomini.

Finita questa serie ho deciso di vederne un’altra. Che se affatico tutta la concentrazione davanti a uno schermo, alla realtà, quella vera, magari non ci penso più…


Occhi per ridere, occhi per piangere

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L’altra sera, in metro, assorta tra pensieri inutili e timeline di social dai facili scorrimenti, quasi non mi accorgevo dell’ingresso di due non vedenti. Lui, bastone in mano, capelli corti e sguardo assente. Lei, al suo fianco, piccola, minuta, mora e totalmente assorta: da lui.  

Non si parlavano. Non si guardavano. Si sentivano e basta. Lui voltava testa e corpo in cerca di presenze. Accanto, dietro, dinanzi. I suoi impercettibili movimenti corporei, la sua testa roteante mi raccontavano il disagio di un nero che lo circondava senza farsi vedere. Di un vuoto in cui cadere, di una presenza in cui sbattere che lui sentiva e affrontava con il sorriso sulle labbra e io guardavo impietrita.  

Lei lo avvinghiava in un abbraccio. Non si fidava di un bastone. Lei si muoveva con il braccio del suo compagno non vedente tra le mani. Mani che, di lì a poco, vedevo salire sulle sue spalle, sulla sua testa, per prenderla, misurare le distanze e baciarla.

Ecco. Ho visto una donna non vedente baciare la sua vista in una metro. 

E ho pianto.


Il mio teatro

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Avete mai visto i bimbi sulle giostre? Si divertono come matti su cavallucci di legno che girano. Immobili. Che se li osservate bene, capirete che la loro felicità è legata a quel momento fugace in cui mamma e papà gli fanno ‘ciao’ con la mano… e a nient’altro.

Ho ricominciato teatro. Quando arrivi in una nuova città e devi rifarti una vita con tanto di amici, conoscenti ed esperienze al seguito, nulla è meglio del teatro. Quel mondo dove troverai sempre delle persone che stanno cercando più o meno quello che cerchi tu. Una via di fuga. Una fonte di ossigeno. Quel posto dove liberare la mente e il corpo che nessuna terapia, palestra o hobbies può eguagliare.

Il mio teatro è sempre stato così. Mi ha sempre salvato.

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Quello che ho intravisto è l’aspetto comico dell’arte teatrale nella sua massima rappresentazione: il clown Augusto. Ho scoperto che, per poterlo mettere in scena, bisogna tornare bambini. Bisogna diventare protagonisti, accentratori, vanitosi. Perché se l’altro fa qualcosa, il clown lo saprà fare meglio. Se un uomo piange, ad esempio, il clown piangerà di più affinché tutti vedano il suo pianto. E se qualcuno ride, farà lo stesso. Ma di più. Perché tutti possano guardarlo e riderne, ancora e ancora, sempre di più. Di quelle risate di pancia che ti fanno piegare in due dal pianto. Di quelle che, una volta finite, ti fanno piangere immergendoti nei pensieri più torbidi fino a farti ridere di nuovo. In un gioco di emozioni da tirare fuori che non possono mai essere contenute, ma che vanno esasperate, accelerate, amplificate al massimo fino a toccare il climax, fino ad annullare qualsiasi pensiero.

Il mio teatro è sempre stato così. Mi ha sempre salvato.