Archivio dell'autore: Silvia Trovato

La verità sta in cielo

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Da quando è morta nonna seguo sempre Chi l’ha visto. Ho una sfilza infinita di amici che mi sfottono e continuano a chiedersi perché sia tanto appassionata a quel programma ‘da vecchi’ e la mia risposta è sempre una: perché quel programma, in Italia, risolve molti più casi di tutte le forze dell’ordine messe assieme. Perché in quell’appassionarsi a ciò di cui non si vuole parlare, alla ricerca delle persone nascoste, io ci vedo un po’ di me. Alle utopie, i non luoghi, i sogni e le speranze che da sempre creo, costruisco, inseguo e non raggiungo. E poi ci sarà pure un motivo se quella forza della natura di mia nonna, da piccola, me lo faceva guardare questo programma qui.

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Chi l’ha visto, da 30 anni a questa parte, non fa che parlare, tra gli altri, del caso Emanuela Orlandi, una giovane ragazza che, all’età di 15 anni, venne sequestrata nella Città del Vaticano senza essere mai più ritrovata. Nel film “La verità sta in cielo” di Roberto Faenza, si cerca di indagare attorno al sequestro, alle figure che hanno architettato la scomparsa della Orlandi e ai motivi che vi stanno dietro. A rappresentare il tutto, una sequenza di attori che, a parte un convincente Riccardo Scamarcio e un’appassionata e a tratti toccante Greta Scarano, mal si destreggiano tra battute, intonazioni, espressioni e stati d’animo. Insomma, se la sottoscritta odia promuovere ciò che non la colpisce, per una volta ha deciso di fare un’eccezione. Perché questa storia racconta male ma racconta una verità che resterà per sempre attuale: il Vaticano è il primo e unico colpevole della morte di una ragazzina innocente. I debiti della Chiesa con la Banda della Magliana sono il motore da cui parte e sulla base del quale finisce questa triste vicenda. Sono la massima rappresentazione di quanto il potere, che sia esso politico, mafioso o, peggio ancora, religioso, debba essere coperto e debba rimanere ‘pulito’, illeso, venerato fino all’ultimo. A costo di sacrificare qualche anima. A costo di occultare la verità. A costo di mentire e far mentire tutte e dico TUTTE le cariche della chiesa. Ma queste, è chiaro, sono solo supposizioni che, nel corso del film fa Sabrina Minardi (fidanzata di De Pedis, nonché tossica). Il film, infatti, ha un titolo ben preciso tratto da una risposta che Bergoglio diede al fratello della Orlandi: “La verità sta in cielo”. La verità sta dove nessuno la può trovare. O forse, nella rivisitazione che ne ha fatto il regista, la verità sta nella bocca di chi non si vuole sentire. Nelle convinzioni di chi non può avere credito perché tossico. E i tossici, si sa, mentono sempre. Che se mentono per fotterti i soldi e comprarsi la roba, è chiaro che, poi, mentano su tutto. Un po’ come quelli che accolgono le tue confessioni per assolverti.  Per comprarsi la tua fiducia e fotterti.

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Ma, diciamolo, si tratta pur sempre di supposizioni, di rivisitazioni cinematografiche. Insomma Manuela, è chiaro che tu sia viva e che stai bene. O forse, purtroppo, ha ragione Bergoglio: stai in cielo, a spiegare a Gesù e a tutti quei ‘potenti veri’ che cosa ne hanno fatto del loro nome. E del tuo.

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Alla ricerca di Dory

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Continuo a pensare che i cartoni moderni siano prodotti per un target adulto. O che le generazioni adulte del momento abbiamo un assoluto bisogno di tornare bambine. Sempre che siano mai cresciute davvero…

Ieri ho visto “Alla ricerca di Dory” l’ultimo film della Pixar con la regia di Andrew Stanton, con Nemo, Marlin e il polpo Hank splendidi protagonisti a cornice di un’interprete perfetta: Dory. Nel sequel di Nemo, la pesciolina smemorata vive felicemente con i pesci pagliaccio conosciuti un anno prima quando, in uno dei suoi momenti di logorrea incontrollata, riaffiorano nella sua mente, alcuni, primordiali ricordi. Dory scopre di avere una famiglia e la trama del film si snoda attorno al ricongiungimento della pesciolina blu con i suoi cari. Un viaggio che sembra replicare le avventure di Marlin nella precedente storia, in cui occorrerà attraversare l’oceano, essere catturati dagli umani e ritornare al campo base, l’oceano, per ritrovare se stessi.

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Al di là delle repliche, i temi già visti, il ritmo del film (spesso lento e privo di colpi di scena), ho trovato questa versione dei ‘fatti’, discreta a livello registico, molto costruttiva a livello morale. Dory rappresenta, infatti, l’handicap. Marlin il pregiudizio. Nemo, semplicemente, il bambino, l’unico capace di vedere le cose così come sono, di trovare la genialità nella persona più che la critica nell’handicap. Come tutti i bambini del mondo (parlo dei bambini nella loro forma più pura e autentica) Nemo trova l’handicap della sua amica come qualcosa di assolutamente normale, addirittura geniale: perché Dory non ha tempo di organizzare, pensare, valutare. Dory perde la memoria e, per questo, è abituata ad agire in fretta, d’istinto, prima di perdere di vista quale fosse il suo obiettivo. Dory insegna ad agire d’istinto. A fidarsi dell’altro, che sia un pesce pagliaccio, un fantastico polpo con cui mimetizzarsi, un beluga o uno squalo balena. E si salva. E il suo metodo, applicato a fine film da Marlin, salva anche lui.

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Eppure viviamo in un modo terreno fatto di umani ben più crudeli di quelli incontrati nel film. Gli handicap reali vengono disprezzati, discriminati, derisi. Dory ha la fortuna di dimenticare e in fretta anche. Nella nostra società nulla si dimentica. Si deride l’handicappato così come l’insicuro, la fidanzata filmata al cellulare come il compagno di scuola dai vestiti sgualciti. Non ci sono polpi Hank capaci di prenderci, mimetizzarci e renderci invisibili agli occhi degli altri. Non ci sono memorie a breve termine che ci aiutino a cancellare le offese. Non c’è un oceano, un campo base che ci permetta di salvarci. Il dramma è che siamo e continueremo sempre più ad essere alla ricerca di una generazione che sembra destinata a perdersi per sempre.


PEREPEPÈ, piccoli concerti per orecchie che crescono

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Tempo fa, per lavoro, conobbi un tipo dal nome curioso: ZioBurp. In realtà ZioBurp era l’uomo che andavo a sostituire nell’agenzia nella quale ero stata presa e, per curiosare su cosa mi aspettasse, lo contattai su Twitter pensando che non mi avrebbe mai risposto. Invece mi rispose e, da allora, diventò il mio eroe preferito.

ZioBurp è un papà. Un grande papà. Grande perché piccolo, perché capace di descrivere, ai grandi, ogni cosa come se fosse una favola. Che si tratti di un suo viaggio in macchina piuttosto che della lumaca appena trovata in giardino, del campeggio della figlia o delle sue performance canore, ZioBurp è un social-papà incredibilmente bravo a mantenere alto il tempo medio di permanenza di un utente nella lettura dei suoi post. Perché, fidatevi, quando scrive Zioburp, credo che nessuno riesca ad accontentarsi di titolo e sottotitolo (come in genere, la popolazione media, può fare con i più illustri quotidiani di informazione). Di fronte alla storia in cui lui e la figlia lasciavano per sempre una lumaca, io sono rimasta imbambolata su Facebook, a leggere le sue 43 righe (trattenendo le lacrime), almeno per 5 minuti. Per questo ZioBurp è un eroe. Ma anche perché si è inventato Perepepè.

Perepepè è uno spettacolo musicale per bambini e ragazzi con protagonista la musica dal vivo di diversi generi ed epoche e le migliori storie reali o fantastiche per farla scoprire ai più piccoli. Un po’ come  “La pecora fa be” questa iniziativa nasce dalla presa di coscienza che in un’epoca in cui tutti i bimbi sono sempre più esposti a stimoli di ogni genere, mancano dei progetti di valore per farli entrare in contatto con la cultura (musicale in questo caso) nella sua dimensione più naturale, progetti capaci di associare il divertimento all’apprendimento.

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In una società globalizzata e multietnica, l’alleanza tra storia raccontata e performance musicale “live” può svolgere una funzione di integrazione e comunicazione importante offrendo ai più giovani le basi per conoscere culture, popoli e storie diverse. Perché la storia della musica (e delle musiche) è uno sconfinato contenitore di risorse e strumenti di educazione all’emozione, al rispetto, alla bellezza di cui – oggi più che mai – non possiamo fare a meno.

Nato a Pavia nel 2015 dall’iniziativa di alcuni genitori e insegnanti, Perepepè è uno spettacolo leggero e versatile (della durata di 50-60 minuti) che può adattarsi a diversi spazi e target, un viaggio nel tempo che può percorrere le diverse epoche della musica (dal Rinascimento, alla Classica del ‘700, alla musica operistica, dal blues al folk al jazz) e nello spazio (che può esplorare culture musicali mediterranea, celtica, africana, indiana, araba, orientale). Gli elementi fondamentali per assistere ad una performance Perepepè sono uno spazio e un pubblico di bambini (o ragazzi). Lo spettacolo (che ha per protagonisti rigorosamente musicisti professionisti) può andare in scena per esempio in un’aula scolastica, in una biblioteca, in una libreria, in un teatro, in una piazza all’aperto, in un ospedale, in un campo di rifugiati magari…

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In una delle tante storie pubblicate su Facebook, ZioBurp raccontava di quando la sua bimba non avesse voglia di suonare il violino nel corso di una festa scolastica e di come lui, per farle capire l’importanza che avrebbe avuto quella performance le disse: “Da domani tu non sarai più tu. Per gli altri bambini della scuola, tu sarai ‘la bimba che suona il violino’. E ci saranno un sacco di bambini che andranno da mamma e papà, domani, a chiedere di imparare a suonare uno strumento. Perché tu li avrai ispirati, perché la tua musica li avrà educati a un’emozione che prima non conoscevano…”.

Per prenotare uno spettacolo Perepepè contattate: zioburp@gmail.com.

Poi tornate qui e fatemi sapere se non avevo ragione.

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Alla scoperta di Bruce Springsteen 

 
Di musica, io, ci capisco poco e niente. Ho amato i Queen, i Beatles, le stanze senza pareti di Mina, le canzoni di Natale di Morgan e gli attimi senza fine di Paoli. Col tempo mi sono appassionata a Benvegnù, Carnesi e Casablancas passando da un genere all’altro senza dare un senso ad ogni variazione, ascoltando in loop qualunque novitá mi piacesse o mi proponessero e rimanendo ancorata, sempre e comunque, ai mitici anni ’80 con un pressappochismo che fino a l’altro ieri non mi aveva recato alcun problema. Già, perché l’altro ieri mi hanno regalato un ingresso per il concerto di Bruce Springsteen…

Anni fa, Stefano, il mitico direttore della testata giornalistica per la quale lavoravo, mi lasciò in piena diretta, durante i Mondiali di nuoto, dicendomi che la priorità, per lui, in quel momento, tra fratelli Marconi che saltavano in sincro e sincronette che impostavano cigni acquatici, era quella di vedere il boss. Lo presi per pazzo e al suo “Dici così perché non hai mai visto un suo concerto dal vivo”, lo presi per pazzo due volte.

E con lui, presi per pazzi tutti quegli amici, conoscenti, colleghi che mi narravano storie inverosimili di loro che giravano il mondo per non perdersi neanche una data del concerto del boss. Che io a queste fedi adolescenziali non ci avevo mai creduto. Che già le fedi serie, quelle religiose, mi facevano spavento, figurarsi girovagare per il mondo seguendo il ‘verbo’ di uno che si fa chiamare boss. 
Poi, l’altro ieri, sono stata ad un concerto. Ho conosciuto Bruce e da agnostica convinta oggi mi dichiaro umilmente devota.

 
Il concerto iniziava alle 20:00 al Circo Massimo di Roma. Il boss si é presentato circa venti minuti dopo, quando il cielo da azzurro cominciava a diventare ambrato. Con lui, sul palco, una piccola orchestra di archi, quindi la moglie, il sassofonista, il batterista e pochi altri ai quali, nel corso di quattro ore di concerto, mi sarei pian piano appassionata. Non so dirvi se Bruce abbia cantato i suoi cavalli di battaglia, se i musicisti abbiano azzeccato tutte le note o se la sua voce fosse più o meno graffiante del solito. So solo che, a Roma, per la prima volta in vita mia, ho visto un vero artista cantare, emozionarsi, commuoversi e divertirsi con la sua band. Sul palco, Bruce ha mostrato l’anima della musica, quella che i virtuosismi vocali di certi cantanti o le performance danzerecce di altri continueranno, per sempre, a mettere in ombra. Lui aveva un microfono, i suoi strumenti, la sua famiglia attorno e il suo pubblico. Che a guardargli gli occhi negli schermi giganti, ti faceva sentire parte di quella famiglia. Ti pareva quasi che assieme a noi, nei nostri cori dall’inglese stentato, potesse commuoversi anche lui. Che se il regista si fosse soffermato ancora un attimo su quegli occhi, è chiaro che li avresti visti lacrimare.

Che poi dico: anche solo vederlo lì a ridere e sorridere, a correre tra la folla, a tirar su i suoi fan per farli cantare e suonare con lui, ti faceva venire voglia di averlo come papà uno così. O come Papa. Insomma, il boss aveva 60mila persone lì davanti e a tirare le fila, alla regia, c’erano le sue emozioni contagiose. C’era una bella famiglia che si divertiva sul palco di cui per quattro ore potevi sognare di far parte alzando semplicemente le mani al cielo. Altro che stragi, binari unici e colpi di stato fittizi. Altro che volti tristi e silenzi. A Roma, l’altra sera, ho visto un mondo di gente che ballava e rideva e cantava tra la polvere. Sotto lo stesso cielo, con la stessa lingua (un po’ improvvisata) senza gli stessi pensieri.


La pazza gioia

lapazzagioiaDove sta la felicità? In quale parte del mondo? In che tipo di atteggiamento? In quali riconoscimenti di normalità si può trovare? Sembra essere questo il fulcro attorno a cui ruota “La Pazza Gioia”, l’ultimo film di Paolo Virzì con Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti.

Il film, tra i più belli mai visti dalla sottoscritta, si snoda attorno alla vita di due donne: Beatrice e Donatella.
Beatrice parla. Di getto, a sproposito, senza filtri. Parla quando dovrebbe dormire, quando dovrebbe ascoltare, quando dovrebbe semplicemente stare zitta e rimanere lì dove le cose accadono. Parla da un piedistallo sul quale si è posta da sola e addita tutti come cafoni, inferiori, pazzi. Le sue parole vestono la sua vita distrutta, come i suoi abiti ricercati, i profumi costosi, i gioielli, i calici di vino che non sappiano di tappo ai quali, da sempre, è stata abituata. Le sue frasi calpestano l’umiltà dei suoi spettatori, la mediocrità che la circonda, l’essenza altra che lei non è disposta ad accettare attaccandosi a una superficie che la fa restare, comodamente, a galla.
Donatella piange. Piange da piccola, quando va a scuola. Piange perché di fronte al suo pianto arrivano rimproveri che la fanno piangere. Piange da grande. Piange perché il suo uomo la seduce e abbandona. Piange perché il suo pianto fa sì che le tolgano il suo bimbo. Piange perché il suo bimbo piange. Le sue lacrime vestono il suo corpo fragile, fatto di ossa e pelle, pelle e tatuaggi. Che in una vita dove ti tolgono tutto, la pelle la usi come un quaderno dove le parole possano restare per sempre. Almeno quelle.
Beatrice e Donatella si incontrano in una clinica di recupero mentale dalla quale riescono a evadere per darsi alla ‘pazza gioia’. Le due donne si scontrano con i rispettivi passati, svelando quanta normalità si possa riuscire ad affrontare per precipitare in uno stato di pazzia del genere.

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Beatrice era una ricca possidente trascinata alla povertà da un delinquente capace di sperperarle tutto il patrimonio. Donatella, una figlia abbandonata a se stessa, fragile e insicura, umile e modesta, capace di generare un’unica ricchezza: suo figlio. Ma per una abituata a piangere, è chiaro che anche questo bene non possa durare a lungo. La mamma perfetta deve sorridere sempre. Perché se la mamma piange il suo bimbo morirà di tristezza. E allora è meglio togliere il bimbo alla sua mamma triste piuttosto che insegnare alla sua mamma triste che si può anche sorridere…
Il punto è che alla fine di questo  film assieme a Donatella, piangeremo tutti. Perché quello che voleva dire Virzì,forse, è che la felicità proprio non esiste. E allora è meglio vestire di pazzia ogni forma di finta allegria come ogni forma di vera tristezza. Che se sei pazzo, pazzo vero, ti salva l’etichetta. Ti chiudono in un limbo con altri pazzi che quasi quasi ti fanno pure sentire normale. Se invece ti ostini ad essere normale, a rispettare i ‘normali’ costantemente incrociati sul tuo cammino, finisce che pazzo ti ci fanno diventare. E corri a farti curare o a studiare la pazzia altrui per adeguartici. In un mondo dove non sei che un pezzo di cristallo, dove “non hai ieri, non hai domani e trascini la vita senza fine, senza un attimo di respiro per sognare…”.


The Danish Girl

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La cosa che più amo nelle mostre non sono tanto i quadri ma la scoperta che posso fare, in minima parte, della personalità dei loro autori. Ricordo che da adolescente vidi la mostra di un vicino di casa. Lo conoscevo da anni e non sapevo assolutamente nulla di lui benché ci salutassimo tutti i giorni. Nei suoi quadri lo vidi per la prima volta. E da allora lo amai perdutamente…

Se volete vedere un bel film e liberarvi da un po’ di magoni accumulali dal disfacimento di ogni utopistica speranza riposta nello Stato Italiano, dopo la questione sulle Unioni Civili, se avete a cuore la vostra parte più triste e se volete darle voce, spazio, sfogo, correte a vedere The Danish Girl di Tom Hooper con il premio Oscar (non vinto ma assolutamente meritato) Eddie Redmayne e Alicia Vikander (oscar come migliore attrice non protagonista).

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La trama si snoda nella Danimarca di fine ‘800 dove l’apprezzatissimo paesaggista Einar Wegener vive serenamente con la moglie bramando di finire un quadro perfetto, la rappresentazione di una visione d’infanzia: quattro alberi si specchiano su un lago, dietro di loro una distesa d’erba. Tutto intorno luci e ombre e colori che variano di stagione in stagione, dal giorno alla notte. E mentre la moglie illustratrice comincia e finisce innumerevoli ritratti, Einar cambia continuamente tela per riproporre sempre e comunque lo stesso paesaggio che non riesce a trovare forma, senso, compiutezza. Un quadro come proiezione del sé, di una identità femminile imprigionata nel corpo di un uomo. Succede, infatti, che, per consentire alla consorte di finire un ritratto iniziato con una modella ballerina, Einar ne indossi i collant, le scarpe, ne assuma le pose e si scopra assolutamente a proprio agio in quegli abiti. Di lì a poco il protagonista (che odia indossare le maschere per presentarsi agli eventi mondani) decide, appoggiato dalla moglie, di accompagnarla ad una festa travestito da donna, spacciandosi per Lili Elbe.

Da questo momento Einar entra in un loop delirante in cui il proprio io fa i conti con un principio di realtà, con delle regole di accettazione e di omologazione che, difficilmente, riescono a tenerlo in vita, in carne. Viene, infatti, sottoposto a diverse visite mediche. C’è chi lo trova gravemente malato in quanto omosessuale, chi schizofrenico. C’è chi vieta a sua moglie di assecondare la sua voglia perversa di vestirsi da donna, c’è chi tenta di internarlo. Nel mondo attorno, solo sguardi di disgusto e disapprovazione. Finalmente un luminare trova nella sua storia elementi di normalità: Einar è semplicemente e tragicamente Lili, una donna malcapitata nel corpo di un uomo. Il medico lo sottopone a diversi interventi di chirurgia sperimentale per cambiargli il sesso. Nella Danimarca dei primi del ‘900 Einar diventa il primo transessuale della storia (riuscendo a ottenere il riconoscimento legale del suo nuovo sesso e il cambio di nome).

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Questo film è stato vietato ai minori di 14 anni. Io lo inserirei tra le materie obbligatorie nelle scuole elementari. Lo strepitoso Eddie Redmayne è elegante, raffinato, tenero e fragile. È una donna nel corpo di un uomo, è un quadro che non trova forma: nei sorrisi, nei pianti, nell’attitude con cui posa le mani sulle ginocchia o mette a posto i capelli, nella disperazione post-operazione. Non si può uscire dal cinema che con l’istinto di proteggerlo. Dalle brutture di chi definisce la sua condizione una malattia, da chi vieta questo film dove di fisico, morboso, pornografico c’è solo il pregiudizio di chi lo guarda.

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A fine film il quadro incompleto trova, finalmente, una sua forma. Einar diventato Lili sogna di stare tra le braccia della sua mamma come una bimba. Nell’accettazione silente della sua compagna di sempre, di colei che muove e scuote e permuta ciò che da solo non riesce a cambiare, c’è l’ascolto illuminato di un’intera società che finalmente comprende. E che chiaramente non può essere rappresentata dall’Italia del 2016.

Vietate questo film quindi. Evitate di vederlo e restate al sicuro, nelle vostre case prive di quadri, fatte di visioni incomplete e pregiudizi certi.


Tutti salvi: addio stepchild adoption! 

  
Oggi lo Stato italiano si preoccupa di creare un futuro che presupponga risposte moralmente adeguate alla domanda: “perché ho due papà?”. E, affinché questo tipo di quesiti non vengano posti, affinché alcun bambino venga sottoposto al trauma psicologico dell’inadeguatezza alla normalità condivisa, lo Stato italiano si sta muovendo, sin da subito, nella persecuzione di un obiettivo alto, altissimo: il raggiungimento di quello stato di Motore Immobile che solo il Dio di Aristotele era riuscito a interpretare. 

L’Italia resta ferma. Il mondo corre e si evolve ma l’Italia, per preservare il futuro dei prossimi noi, difende a spada tratta il principio deontologico di eterosessualità quale presupposto per la procreazione, al fine di non turbare la fiducia nel futuro, nello Stato, dei cucciolini che verranno.  

Quando mia nipote crescerà le racconterò, quindi, che lei é fortunata, perché ha una mamma e un papà e che ci sono tantissimi bimbi che, invece, sono costretti a vivere con due mamme o due papà. Che lei può avere, agli occhi dei compagni di scuola, un papà che le fa vedere le partite e una mamma che le stira le camicie mentre ci sono bambini molto sfortunati che hanno tantissime camicie stirate ma nessuno con cui vedere una partita e altri che, poveretti, sono costretti ad andare in giro con tutte le camicette sgualcite e che passano le serate, sempre e sempre, a vedere delle noiosissime partite. E se obietterà (perché quella furbina di mia nipote obietta già ora che ha solo due anni) che il mio discorso non ha senso, che la famiglia non la fanno i luoghi comuni e che i bimbi non si fanno tutte le menate che ci facciamo noi grandi, io, spiegatemi un attimo, cosa le dovrei rispondere? 

Quasi quasi lo vado a chiedere a Renzi…