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Elvira, a teatro

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L’altra sera sono andata a vedere Elvira al Teatro Grassi di Milano. Si tratta dello spettacolo che Toni Servillo ha tratto dalle sette lezioni che Louis Jouvet diede all’allieva Claudia, al Conservatoire National d’Art dramatique di Parigi, nei mesi dell’occupazione nazista.

Siamo nel 1940.  Sul palco, il ‘maestro’, ‘regista’, ‘pedagogista’ Jouvet/Servillo è alle prese con il lavoro appassionato di Claudia, intorno alla seconda scena di Elvira quando, nel Don Giovanni di Molière, l’infelice innamorata arriva in scena e implora il suo seduttore di pentirsi, per salvarsi l’anima. Quello che viene raccontato è il difficilissimo atto di immergersi completamente nel ruolo di un personaggio. Tutto lo spettacolo è una grande, sublime, lezione di recitazione a suon di: “Elimina i filtri dell’orgoglio!”, “Fa’ che sia il tuo corpo a muoversi e a ‘parlare’, non il testo!”, “Evita le pause, fa’ che le parole fuoriescano dal tuo petto, dalla tua pancia”. E per due ore, che sia di spalle o frontale, che sia seduto o in piedi, al centro del teatro o nell’angolo meno illuminato della sala, Servillo riempie lo spazio. Le sue battute, scandite e intervallate da cambi di tono, la sua gestualità, il suo sguardo, attento e aperto alla sua discente come a tutto ciò che si ‘senta’ intorno, le verità da lui declamate, rendono ogni spettatore Claudia. Come se quel maestro lì, quegli insegnamenti, quell’attenzione, quello sguardo, oggi più che mai, in una società basata sulla superficialità di una comunicazione che resta sempre dietro a un display o, semplicemente, in superficie, fossero necessari. Come se quella richiesta di autenticità, di verità dell’interpretazione fossero l’unica cosa che ci sia rimasta. Perché, che si tratti del mondo della recitazione o delle prove, che si tratti di vita reale o di finzione, quello che ci racconta Elvira è che non bisogna solo e soltanto sottostare alle regole, interpretare alla lettera quanto ci si aspetti da noi. Quello che più di tutto colpisce, in questo spettacolo, quello che commuove, è la supplica del maestro alla discente di “metterci se stessa”, di entrare dentro a quanto stia facendo e “recitare la bellezza”, nonostante il nazismo che attanagliava le pause di Elvira, o i momenti abbandonati al caos che scandiscono questo presente.

E di fronte a tutto questo c’è Claudia (Petra Valentini). Claudia che prova, Claudia che sbaglia, Claudia che ascolta il maestro e che resta lì, a dare un senso a quell’ascolto, al suo silenzio. E i silenzi di Claudia sono tantissimi. Il suo personaggio difficilissimo. Perché siamo tutti Claudia. Sbagliamo tutti, continuamente. Perché la vita là fuori invade le nostre teste e trovare la concentrazione per rimanere autentici risulta impossibile. Farlo in pochissimo tempo, assurdo. Perché se anche sei l’attrice più promettente del corso,  il talento da solo non basta, va disciplinato da un continuo esercizio, dalla continua necessità di guardarsi dentro, togliersi le maschere, togliere addirittura il sé per poi ritrovarlo.

A fine spettacolo sono corsa a salutare Servillo, incredula, nel sapere che avrebbe accettato di incontrare il suo pubblico. Mi aspettavo una marea di gente, lì con me. Eravamo in quattro. Ho commentato il suo spettacolo rivelandogli che sarebbe stato meraviglioso, per me, averlo come insegnante di recitazione. Mi ha risposto che non lo farebbe mai, che non si sente “portato”. Poi, rifacendomi a quanto avevo visto, gli ho chiesto se, nei panni dell’attore, dell’uomo che rispetta le regole, che trova il consenso dell’insegnante quando finalmente va in scena, si diventi immuni da critiche di ogni sorta. E lì, l’immenso Servillo, mi ha stupito rivelandomi che le critiche fanno male. Che le senti, a prescindere.

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Io ci ripenso da giorni a quanto mi ha detto. Penso che avrei voluto invitare lui e Petra a cena per sommergerli di domande. E ripenso alla scena finale, quando, nonostante tutti gli applausi fossero per Servillo, questi mandasse avanti la sua giovane allieva, ritagliando per se stesso solo le uscite di gruppo. Un gesto di GRANDE BELLEZZA di un uomo immenso che resta ancora un passo indietro.

Quindi, se come me amate la recitazione, la psicanalisi o, semplicemente, se amate qualcuno, portatelo a vedere Elvira: vi vedrete una dichiarazione d’amore divorante, appassionata e autentica per il teatro ma anche una “lectio vitae”, la cera che vuole essere plasmata dal regista, la potenza che si deve fare atto, un esercizio che, dimentico della tecnica va in fondo al punto: mettersi faccia a faccia con se stessi a prescindere dal contesto.

Se poi vi verrà voglia, inscrivetevi a un corso di teatro ma ricordate: non ci saranno specchi attorno a voi. Non vi potrete guardare… che da dentro.

 

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PEREPEPÈ, piccoli concerti per orecchie che crescono

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Tempo fa, per lavoro, conobbi un tipo dal nome curioso: ZioBurp. In realtà ZioBurp era l’uomo che andavo a sostituire nell’agenzia nella quale ero stata presa e, per curiosare su cosa mi aspettasse, lo contattai su Twitter pensando che non mi avrebbe mai risposto. Invece mi rispose e, da allora, diventò il mio eroe preferito.

ZioBurp è un papà. Un grande papà. Grande perché piccolo, perché capace di descrivere, ai grandi, ogni cosa come se fosse una favola. Che si tratti di un suo viaggio in macchina piuttosto che della lumaca appena trovata in giardino, del campeggio della figlia o delle sue performance canore, ZioBurp è un social-papà incredibilmente bravo a mantenere alto il tempo medio di permanenza di un utente nella lettura dei suoi post. Perché, fidatevi, quando scrive Zioburp, credo che nessuno riesca ad accontentarsi di titolo e sottotitolo (come in genere, la popolazione media, può fare con i più illustri quotidiani di informazione). Di fronte alla storia in cui lui e la figlia lasciavano per sempre una lumaca, io sono rimasta imbambolata su Facebook, a leggere le sue 43 righe (trattenendo le lacrime), almeno per 5 minuti. Per questo ZioBurp è un eroe. Ma anche perché si è inventato Perepepè.

Perepepè è uno spettacolo musicale per bambini e ragazzi con protagonista la musica dal vivo di diversi generi ed epoche e le migliori storie reali o fantastiche per farla scoprire ai più piccoli. Un po’ come  “La pecora fa be” questa iniziativa nasce dalla presa di coscienza che in un’epoca in cui tutti i bimbi sono sempre più esposti a stimoli di ogni genere, mancano dei progetti di valore per farli entrare in contatto con la cultura (musicale in questo caso) nella sua dimensione più naturale, progetti capaci di associare il divertimento all’apprendimento.

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In una società globalizzata e multietnica, l’alleanza tra storia raccontata e performance musicale “live” può svolgere una funzione di integrazione e comunicazione importante offrendo ai più giovani le basi per conoscere culture, popoli e storie diverse. Perché la storia della musica (e delle musiche) è uno sconfinato contenitore di risorse e strumenti di educazione all’emozione, al rispetto, alla bellezza di cui – oggi più che mai – non possiamo fare a meno.

Nato a Pavia nel 2015 dall’iniziativa di alcuni genitori e insegnanti, Perepepè è uno spettacolo leggero e versatile (della durata di 50-60 minuti) che può adattarsi a diversi spazi e target, un viaggio nel tempo che può percorrere le diverse epoche della musica (dal Rinascimento, alla Classica del ‘700, alla musica operistica, dal blues al folk al jazz) e nello spazio (che può esplorare culture musicali mediterranea, celtica, africana, indiana, araba, orientale). Gli elementi fondamentali per assistere ad una performance Perepepè sono uno spazio e un pubblico di bambini (o ragazzi). Lo spettacolo (che ha per protagonisti rigorosamente musicisti professionisti) può andare in scena per esempio in un’aula scolastica, in una biblioteca, in una libreria, in un teatro, in una piazza all’aperto, in un ospedale, in un campo di rifugiati magari…

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In una delle tante storie pubblicate su Facebook, ZioBurp raccontava di quando la sua bimba non avesse voglia di suonare il violino nel corso di una festa scolastica e di come lui, per farle capire l’importanza che avrebbe avuto quella performance le disse: “Da domani tu non sarai più tu. Per gli altri bambini della scuola, tu sarai ‘la bimba che suona il violino’. E ci saranno un sacco di bambini che andranno da mamma e papà, domani, a chiedere di imparare a suonare uno strumento. Perché tu li avrai ispirati, perché la tua musica li avrà educati a un’emozione che prima non conoscevano…”.

Per prenotare uno spettacolo Perepepè contattate: zioburp@gmail.com.

Poi tornate qui e fatemi sapere se non avevo ragione.

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