Archivi categoria: Uncategorized

Alla scoperta di Bruce Springsteen 

 
Di musica, io, ci capisco poco e niente. Ho amato i Queen, i Beatles, le stanze senza pareti di Mina, le canzoni di Natale di Morgan e gli attimi senza fine di Paoli. Col tempo mi sono appassionata a Benvegnù, Carnesi e Casablancas passando da un genere all’altro senza dare un senso ad ogni variazione, ascoltando in loop qualunque novitá mi piacesse o mi proponessero e rimanendo ancorata, sempre e comunque, ai mitici anni ’80 con un pressappochismo che fino a l’altro ieri non mi aveva recato alcun problema. Già, perché l’altro ieri mi hanno regalato un ingresso per il concerto di Bruce Springsteen…

Anni fa, Stefano, il mitico direttore della testata giornalistica per la quale lavoravo, mi lasciò in piena diretta, durante i Mondiali di nuoto, dicendomi che la priorità, per lui, in quel momento, tra fratelli Marconi che saltavano in sincro e sincronette che impostavano cigni acquatici, era quella di vedere il boss. Lo presi per pazzo e al suo “Dici così perché non hai mai visto un suo concerto dal vivo”, lo presi per pazzo due volte.

E con lui, presi per pazzi tutti quegli amici, conoscenti, colleghi che mi narravano storie inverosimili di loro che giravano il mondo per non perdersi neanche una data del concerto del boss. Che io a queste fedi adolescenziali non ci avevo mai creduto. Che già le fedi serie, quelle religiose, mi facevano spavento, figurarsi girovagare per il mondo seguendo il ‘verbo’ di uno che si fa chiamare boss. 
Poi, l’altro ieri, sono stata ad un concerto. Ho conosciuto Bruce e da agnostica convinta oggi mi dichiaro umilmente devota.

 
Il concerto iniziava alle 20:00 al Circo Massimo di Roma. Il boss si é presentato circa venti minuti dopo, quando il cielo da azzurro cominciava a diventare ambrato. Con lui, sul palco, una piccola orchestra di archi, quindi la moglie, il sassofonista, il batterista e pochi altri ai quali, nel corso di quattro ore di concerto, mi sarei pian piano appassionata. Non so dirvi se Bruce abbia cantato i suoi cavalli di battaglia, se i musicisti abbiano azzeccato tutte le note o se la sua voce fosse più o meno graffiante del solito. So solo che, a Roma, per la prima volta in vita mia, ho visto un vero artista cantare, emozionarsi, commuoversi e divertirsi con la sua band. Sul palco, Bruce ha mostrato l’anima della musica, quella che i virtuosismi vocali di certi cantanti o le performance danzerecce di altri continueranno, per sempre, a mettere in ombra. Lui aveva un microfono, i suoi strumenti, la sua famiglia attorno e il suo pubblico. Che a guardargli gli occhi negli schermi giganti, ti faceva sentire parte di quella famiglia. Ti pareva quasi che assieme a noi, nei nostri cori dall’inglese stentato, potesse commuoversi anche lui. Che se il regista si fosse soffermato ancora un attimo su quegli occhi, è chiaro che li avresti visti lacrimare.

Che poi dico: anche solo vederlo lì a ridere e sorridere, a correre tra la folla, a tirar su i suoi fan per farli cantare e suonare con lui, ti faceva venire voglia di averlo come papà uno così. O come Papa. Insomma, il boss aveva 60mila persone lì davanti e a tirare le fila, alla regia, c’erano le sue emozioni contagiose. C’era una bella famiglia che si divertiva sul palco di cui per quattro ore potevi sognare di far parte alzando semplicemente le mani al cielo. Altro che stragi, binari unici e colpi di stato fittizi. Altro che volti tristi e silenzi. A Roma, l’altra sera, ho visto un mondo di gente che ballava e rideva e cantava tra la polvere. Sotto lo stesso cielo, con la stessa lingua (un po’ improvvisata) senza gli stessi pensieri.


La pazza gioia

lapazzagioiaDove sta la felicità? In quale parte del mondo? In che tipo di atteggiamento? In quali riconoscimenti di normalità si può trovare? Sembra essere questo il fulcro attorno a cui ruota “La Pazza Gioia”, l’ultimo film di Paolo Virzì con Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti.

Il film, tra i più belli mai visti dalla sottoscritta, si snoda attorno alla vita di due donne: Beatrice e Donatella.
Beatrice parla. Di getto, a sproposito, senza filtri. Parla quando dovrebbe dormire, quando dovrebbe ascoltare, quando dovrebbe semplicemente stare zitta e rimanere lì dove le cose accadono. Parla da un piedistallo sul quale si è posta da sola e addita tutti come cafoni, inferiori, pazzi. Le sue parole vestono la sua vita distrutta, come i suoi abiti ricercati, i profumi costosi, i gioielli, i calici di vino che non sappiano di tappo ai quali, da sempre, è stata abituata. Le sue frasi calpestano l’umiltà dei suoi spettatori, la mediocrità che la circonda, l’essenza altra che lei non è disposta ad accettare attaccandosi a una superficie che la fa restare, comodamente, a galla.
Donatella piange. Piange da piccola, quando va a scuola. Piange perché di fronte al suo pianto arrivano rimproveri che la fanno piangere. Piange da grande. Piange perché il suo uomo la seduce e abbandona. Piange perché il suo pianto fa sì che le tolgano il suo bimbo. Piange perché il suo bimbo piange. Le sue lacrime vestono il suo corpo fragile, fatto di ossa e pelle, pelle e tatuaggi. Che in una vita dove ti tolgono tutto, la pelle la usi come un quaderno dove le parole possano restare per sempre. Almeno quelle.
Beatrice e Donatella si incontrano in una clinica di recupero mentale dalla quale riescono a evadere per darsi alla ‘pazza gioia’. Le due donne si scontrano con i rispettivi passati, svelando quanta normalità si possa riuscire ad affrontare per precipitare in uno stato di pazzia del genere.

la-pazza-gioia
Beatrice era una ricca possidente trascinata alla povertà da un delinquente capace di sperperarle tutto il patrimonio. Donatella, una figlia abbandonata a se stessa, fragile e insicura, umile e modesta, capace di generare un’unica ricchezza: suo figlio. Ma per una abituata a piangere, è chiaro che anche questo bene non possa durare a lungo. La mamma perfetta deve sorridere sempre. Perché se la mamma piange il suo bimbo morirà di tristezza. E allora è meglio togliere il bimbo alla sua mamma triste piuttosto che insegnare alla sua mamma triste che si può anche sorridere…
Il punto è che alla fine di questo  film assieme a Donatella, piangeremo tutti. Perché quello che voleva dire Virzì,forse, è che la felicità proprio non esiste. E allora è meglio vestire di pazzia ogni forma di finta allegria come ogni forma di vera tristezza. Che se sei pazzo, pazzo vero, ti salva l’etichetta. Ti chiudono in un limbo con altri pazzi che quasi quasi ti fanno pure sentire normale. Se invece ti ostini ad essere normale, a rispettare i ‘normali’ costantemente incrociati sul tuo cammino, finisce che pazzo ti ci fanno diventare. E corri a farti curare o a studiare la pazzia altrui per adeguartici. In un mondo dove non sei che un pezzo di cristallo, dove “non hai ieri, non hai domani e trascini la vita senza fine, senza un attimo di respiro per sognare…”.


The Danish Girl

The-Danish-Girl-e1441120044697

La cosa che più amo nelle mostre non sono tanto i quadri ma la scoperta che posso fare, in minima parte, della personalità dei loro autori. Ricordo che da adolescente vidi la mostra di un vicino di casa. Lo conoscevo da anni e non sapevo assolutamente nulla di lui benché ci salutassimo tutti i giorni. Nei suoi quadri lo vidi per la prima volta. E da allora lo amai perdutamente…

Se volete vedere un bel film e liberarvi da un po’ di magoni accumulali dal disfacimento di ogni utopistica speranza riposta nello Stato Italiano, dopo la questione sulle Unioni Civili, se avete a cuore la vostra parte più triste e se volete darle voce, spazio, sfogo, correte a vedere The Danish Girl di Tom Hooper con il premio Oscar (non vinto ma assolutamente meritato) Eddie Redmayne e Alicia Vikander (oscar come migliore attrice non protagonista).

d2070037a68332c3a09ce096b2e6a564

La trama si snoda nella Danimarca di fine ‘800 dove l’apprezzatissimo paesaggista Einar Wegener vive serenamente con la moglie bramando di finire un quadro perfetto, la rappresentazione di una visione d’infanzia: quattro alberi si specchiano su un lago, dietro di loro una distesa d’erba. Tutto intorno luci e ombre e colori che variano di stagione in stagione, dal giorno alla notte. E mentre la moglie illustratrice comincia e finisce innumerevoli ritratti, Einar cambia continuamente tela per riproporre sempre e comunque lo stesso paesaggio che non riesce a trovare forma, senso, compiutezza. Un quadro come proiezione del sé, di una identità femminile imprigionata nel corpo di un uomo. Succede, infatti, che, per consentire alla consorte di finire un ritratto iniziato con una modella ballerina, Einar ne indossi i collant, le scarpe, ne assuma le pose e si scopra assolutamente a proprio agio in quegli abiti. Di lì a poco il protagonista (che odia indossare le maschere per presentarsi agli eventi mondani) decide, appoggiato dalla moglie, di accompagnarla ad una festa travestito da donna, spacciandosi per Lili Elbe.

Da questo momento Einar entra in un loop delirante in cui il proprio io fa i conti con un principio di realtà, con delle regole di accettazione e di omologazione che, difficilmente, riescono a tenerlo in vita, in carne. Viene, infatti, sottoposto a diverse visite mediche. C’è chi lo trova gravemente malato in quanto omosessuale, chi schizofrenico. C’è chi vieta a sua moglie di assecondare la sua voglia perversa di vestirsi da donna, c’è chi tenta di internarlo. Nel mondo attorno, solo sguardi di disgusto e disapprovazione. Finalmente un luminare trova nella sua storia elementi di normalità: Einar è semplicemente e tragicamente Lili, una donna malcapitata nel corpo di un uomo. Il medico lo sottopone a diversi interventi di chirurgia sperimentale per cambiargli il sesso. Nella Danimarca dei primi del ‘900 Einar diventa il primo transessuale della storia (riuscendo a ottenere il riconoscimento legale del suo nuovo sesso e il cambio di nome).

c78b1cff1129fab5cc3f7e6c18fcdc76

Questo film è stato vietato ai minori di 14 anni. Io lo inserirei tra le materie obbligatorie nelle scuole elementari. Lo strepitoso Eddie Redmayne è elegante, raffinato, tenero e fragile. È una donna nel corpo di un uomo, è un quadro che non trova forma: nei sorrisi, nei pianti, nell’attitude con cui posa le mani sulle ginocchia o mette a posto i capelli, nella disperazione post-operazione. Non si può uscire dal cinema che con l’istinto di proteggerlo. Dalle brutture di chi definisce la sua condizione una malattia, da chi vieta questo film dove di fisico, morboso, pornografico c’è solo il pregiudizio di chi lo guarda.

15ae7e5cb773e7446bd37d81404ca60b

A fine film il quadro incompleto trova, finalmente, una sua forma. Einar diventato Lili sogna di stare tra le braccia della sua mamma come una bimba. Nell’accettazione silente della sua compagna di sempre, di colei che muove e scuote e permuta ciò che da solo non riesce a cambiare, c’è l’ascolto illuminato di un’intera società che finalmente comprende. E che chiaramente non può essere rappresentata dall’Italia del 2016.

Vietate questo film quindi. Evitate di vederlo e restate al sicuro, nelle vostre case prive di quadri, fatte di visioni incomplete e pregiudizi certi.


Tutti salvi: addio stepchild adoption! 

  
Oggi lo Stato italiano si preoccupa di creare un futuro che presupponga risposte moralmente adeguate alla domanda: “perché ho due papà?”. E, affinché questo tipo di quesiti non vengano posti, affinché alcun bambino venga sottoposto al trauma psicologico dell’inadeguatezza alla normalità condivisa, lo Stato italiano si sta muovendo, sin da subito, nella persecuzione di un obiettivo alto, altissimo: il raggiungimento di quello stato di Motore Immobile che solo il Dio di Aristotele era riuscito a interpretare. 

L’Italia resta ferma. Il mondo corre e si evolve ma l’Italia, per preservare il futuro dei prossimi noi, difende a spada tratta il principio deontologico di eterosessualità quale presupposto per la procreazione, al fine di non turbare la fiducia nel futuro, nello Stato, dei cucciolini che verranno.  

Quando mia nipote crescerà le racconterò, quindi, che lei é fortunata, perché ha una mamma e un papà e che ci sono tantissimi bimbi che, invece, sono costretti a vivere con due mamme o due papà. Che lei può avere, agli occhi dei compagni di scuola, un papà che le fa vedere le partite e una mamma che le stira le camicie mentre ci sono bambini molto sfortunati che hanno tantissime camicie stirate ma nessuno con cui vedere una partita e altri che, poveretti, sono costretti ad andare in giro con tutte le camicette sgualcite e che passano le serate, sempre e sempre, a vedere delle noiosissime partite. E se obietterà (perché quella furbina di mia nipote obietta già ora che ha solo due anni) che il mio discorso non ha senso, che la famiglia non la fanno i luoghi comuni e che i bimbi non si fanno tutte le menate che ci facciamo noi grandi, io, spiegatemi un attimo, cosa le dovrei rispondere? 

Quasi quasi lo vado a chiedere a Renzi… 


Inside Out

É esistita, tempo fa, la credenza per cui i cartoni animati fossero stati creati, così come le fiabe, per i bambini. Per raccontare a questi ultimi la realtà, il tragico, drammatico vivere, il susseguirsi di incontri, delusioni, disillusioni, amarezze, in una dimensione semplice, fruibile, accettabile anche dai più piccoli. Poi, immagino si sia compreso quanto grandi siano le menti dei bambini, quanto avanti i loro pensieri e quanto piccole le riflessioni di quei superficiali dei grandi e tutto si é capovolto. Sono nati, così, i cartoni per i grandi. E mentre i piccoli cuccioli spolpano “Signori degli anelli” come un tempo i grandi facevano con “Pimpa”, i grandi piangono, ridono e si entusiasmano davanti ai cartoni. E non é neanche detto che li capiscano appieno… 
Ho visto “Inside out” di Pete Docter. Non credo ne avrei potuto apprezzare certe morali se non avessi fatto un breve percorso di studi psicoterapeutici nel corso della mia vita. E non credo nemmeno che grazie a quest’ultimo io l’abbia capito veramente, ma provo, comunque, a darne una mia, umile, interpretazione.

 
Passiamo l’infanzia a cercare i sorrisi. Apriamo gli occhi, appena nati e quello che ci insegnano, ciò che rende gli altri entusiasti, fieri, orgogliosi sono i nostri sorrisi in risposta ai loro. E non c’é parente, amico o conoscente che non gioisca per le risate che ci provoca. Ma arriva un momento in cui la tristezza ci si presenta davanti. C’é tanta gente debole che prova a soffocarla con la gioia. Ma una maschera non ti rende forte, ti rende solo. Bisogna accogliere la tristezza per diventare esseri sociali. Per crescere. Per diventare grandi. Solo che questa cosa, a certi bimbi, viene negata troppo presto. E allora succede che i treni dei pensieri si ritrovino spezzati da binari rotti. Succede che nel forzare la gioia le isole della personalità prendano la deriva e che tutto quanto dell’infanzia ci faceva ridere, piangere, immaginare, venga rimosso. Succede che i pensieri base non abbiano più nessuna base. E succede anche che ci senta galleggiare, sopravvivere in vuoti apatici fatti di niente. Di occhi che non vedono. Di cuori che non sentono più, dove niente riesce a servire più a niente.


Credo che ci siano troppi bimbi, me compresa, che fanno fatica a indossare i panni dei grandi. Che piangono davanti a specchi celati da cartoni della Pixar, perché in tutta questa storia di gnomini colorati che dovrebbero far ridere, emerge una grande verità: tutto ciò che evitiamo in quanto brutto, grasso, scuro, triste, pessimista, debole, umido, tutto quanto vorremmo rimuovere o estromettere dalla torre di controllo dei nostri pensieri, é ciò che ci avrebbe permesso di crescere. O forse, di crescere in una valle di lacrime condivise portandoci, di conseguenza, a essere più sereni, sociali, preparati e pronti di così…


La Giovinezza di Paolo Sorrentino

Ciò che dà valore a un film, per la sottoscritta, è la capacità di mantenere l’attesa, quella volgare suspense che preferisco definire curiosità, amore per il sapere, filosofia. “La Giovinezza”, l’ultimo film di Sorrentino, con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, è una bella lezione di filosofia, raccontata da parole, frasi, dialoghi, canzoni semplici, talmente semplici da rasentare, a volte, il ridicolo, contrapposti al solito manierismo della forma registica, della fotografia, degli effetti sonori del vincitore premio oscar.

Ma se ne La grande bellezza Sorrentino sublimava soprattutto la vista, ne La Giovinezza, il regista sembra voler dare molto più risalto all’udito. Guardandolo, sentirete il rumore dei piedi sul terreno, la cartuzza sfregata a mo’ di strumento, gli argini delle piscine rotte da corpi giovani, vecchi, adiposi, perfetti, stanchi o dimenticati che infrangono l’acqua ferma del presente. Sentirete l’incombenza di un futuro prossimo, fatto di ricordi mancati, di rimpianti, di scoperte che fanno rumore. Che fanno pensare. Che fanno piangere a patto che, in sottofondo, ci sia la giusta musica: l’unica che, senza spiegazioni, riesca ad emozionare.

  L’azione si svolge in un hotel svizzero dove un ex direttore d’orchestra sulla via della vecchiaia trascorre giornate di apatico relax assieme all’amico e coetaneo regista. I due anziani, nei loro ricordi dimenticati, nella loro attenzione morbosa verso i clienti dell’albergo, diventano assieme al pubblico, spettatori e protagonisti passivi di una scena che non vuole decollare. Che non vuole levitare. Perché non può. Perché, dirà a metà film una bambina, “non ci sentiamo all’altezza di niente”. Tutto scorre lento davanti agli occhi dei due amici cercando di procurare emozioni e nel rivedere la giovinezza altrui, nel sentirla raccontare dalle parole dei propri figli, i due protagonisti si rendono conto di aver dimenticato tutto e di non aver lasciato nulla neppure nelle memorie degli altri. I figli altri. Le attrici altre. Le mogli altre. Le vite altre.

43399_ppl

Forse solo chi vive i nostri tempi come ostaggio di malinconie, chi affligge i propri pensieri con domande sul perché del tutto e, soprattutto, del niente, può apprezzare Sorrentino che è riuscito a raccontare il “nulla” con La grande Bellezza e riesce a descrivere La giovinezza con gli occhi di chi la vita l’ha vista passare e può ricordarla, invidiarla, o gettarla semplicemente via, da lontano.

Da vecchio.


Birdman

Birdman-1

Vedere un film è vivere una storia. Puoi farlo con la coccola di un’immagine fissa, di un master rateizzato in inquadrature che il regista ha saggiamente scomposto per non farti perdere nemmeno un punto di vista. Oppure no…

Birdman di Alejandro González Iñárritu, con Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Andrea Riseborough, Amy Ryan è la storia di un operatore cinematografico e della sua steadicam. Di 30 giorni di ripresa ‘a mano’, di corse all’indietro, in avanti, di eleganti pirouettes attorno ai protagonisti e poi di fronte a loro. Di un movimento costante, di una vita in bilico, di una visione instabile. Di “chi si è?” veramente e fintamente e di quanto si possa costruire o distruggere se l’aspettativa è unicamente la viralità delle proprie azioni e la possibilità che gli altri le definiscano “all’altezza” di quel nulla omologato.

birdman-the-playlist-copy

Dopo l’amaro in bocca lasciatoci da “La Grande Bellezza” sulla greve superficialità dei nostri tempi, arriva un altro film capace di stupire, appassionare, amareggiare sulla condizione umana, si ritorna a un esistenzialismo che vede nella precarietà, nella finitezza e nell’estraneità le uniche condizioni possibili dell’uomo moderno.

Riggan Thompson fonda la sua esistenza sulla celebrità, mai sulla comparazione intima. Emblema dell’uomo moderno, il protagonista si sente maschio, padre, marito, attore nelle impression che genera, nelle prime pagine che gli dedicano, nelle messe in scena pregne di emozioni reali rispetto a una vita di apatica finzione. Il suo intento è portare avanti uno spettacolo in cui crede da solo, ammaliare la peggiore delle critiche con gesti al limite del macabro, arrivare ad ipotizzare un suicidio in scena pur di risultare “un bravo attore”. Attorno a lui esistenze che passano cariche di cinismo, prive di filtri e censure, dove il confine tra verismo e fantascienza stenta a definirsi, dove appare più grottesco un tweet che immortala una faccia ingessata rispetto a un uomo volante.

Birdman-Movie-Emma-Stone-Sam

Birdman evita allo spettatore e, in primis, ai protagonisti, la facilità di uno storytelling facile, di una lettura semplice, di un film scontato. Se vuoi evitare l’abitudine puoi guardarlo e stupirti. Preparati al più fecondo dei mal di testa, a mettere in “pausa” ogni 20 minuti per dare tregua agli occhi e a stupirti di fronte a tutto: a quel piano sequenza che piano sequenza non è, a quegli attori che sembrano aver vissuto in un reality fatto di due ore di battute scandite da un “Motore, azione!” e da un “Buona” finale. E poi, a fine film, prova a leggere le recensioni di chi di cinema ne sa veramente qualcosa: capirai di non aver capito niente. E che Birdman merita mille Oscar anche e solo per questo…


The imitation game

The-Imitation-Game

Esiste un gioco: un uomo pone una domanda a un altro uomo. Dalla risposta di quest’ultimo, il mittente capirà se a rispondere sia un uomo o una macchina. Se una macchina possa avere l’intelligenza di un uomo, se essa possa, dunque, pensare o se, invece, un uomo possa avere la freddezza di una macchina. Se egli possa lasciar correre. Vivere nella solitudine di un universo altro. Se egli possa superare l’incomprensione di chi non è ancora pronto, di chi corazza la propria ignoranza con la fobia e la condanna. E se la risposta non fa dell’uomo una macchina, la condanna sarà comunque dettata dalla fobia. L’uomo nasce pecora, non c’è niente da fare. Lo spiegava già Omero quando, per salvare il suo Ulisse dalla caverna del ciclope lo fece ricoprire del suo manto. E lo sottolinea Morten Tyldum in “The imitation game“, la trasposizione cinematografica di una storia drammaticamente vera.

Schermata 2015-01-02 a 10.18.03 PM

Nel corso della seconda Guerra mondiale, gli inglesi cercano di decifrare il codice ‘Enigma’ con il quale le potenze dell’asse comunicavano i propri prossimi passi. Alan Turing, matematico, crittoanalista, genio incompreso, finisce a capo del team di ‘decriptatori’. Si oppone ai colleghi intenti a decifrare il codice di una macchina con una mente umana, realizzando una macchina capace di combattere ‘Enigma’ ad armi pari. La sua macchina, la prima forma dell’attuale computer, raggiunge l’obiettivo prefissato: decifrare le comunicazioni nemiche e anticipare la fine della Guerra, salvando circa 14 milioni di persone. Per Turing non ci furono medaglie, riconoscimenti, aumenti di stipendio. Turing non era una pecora. Non sapeva fingere di provare simpatia per chi riteneva inferiore. Non sapeva arrendersi di fronte ai no e, cosa ancora peggiore, riteneva che “la violenza esista perché provoca appagamento ma se le togliamo questo appagamento non ha più ragione d’essere”. Turing veniva picchiato sin da piccolo. Umiliato da grande. Ma la sua freddezza, quella corazza d’indifferenza con cui copriva ogni sua fragilità, lo rendeva destinatario perfetto del detto: “A volte sono persone che nessuno può immaginare a fare cose che nessuno immagina”. Lo rendeva, quindi, detestabile.

article-2507393-00452EC300000258-133_640x440

Anni dopo l’impresa eroica compiuta da quest’uomo egli venne condannato per “perversioni sessuali”, oggi meglio conosciute col nome di “omosessualità”. Poteva scegliere se passare due anni in prigione o se sottoporsi alla castrazione chimica. Scelse la seconda opzione per poi suicidarsi nel 1954. Da allora ci siamo persi anni di invenzioni mai nate. Ci siamo persi un’evoluzione tecnologica che avrebbe potuto raggiungere decenni fa, traguardi ancora inimmaginabili. Ci siamo persi i nobel, le medaglie, gli onori che non gli furono dedicati. Ci siamo persi i corsi universitari che non ci ha potuto presentare. Ma abbiamo un mondo salvo. Un bellissimo mondo di pecore salve grazie a un ‘pervertito’ in meno.


Dentro la Traviata. Intervista a Francesca Dotto

8hqwr1417000266

Dal 23 novembre al 7 dicembre, al Teatro La Fenice di Venezia, è andata in scena “La traviata” (allestimento di Robert Carsen e Patrick Kinmonth) opera simbolo del teatro veneziano che le diede i natali il 6 marzo 1853. Diretta dal venezuelano Diego Matheuz, interpretata da Leonardo Cortellazzi nella parte di Alfredo e Francesca Dotto nella parte di Violetta, La traviata insegna come l’epilogo di Violetta, sviluppato in tre atti, sia lo stesso che attanaglia l’umanità dei nostri giorni: da una nascita “sempre libera” alle ore in cui “cessano gli spasmi del dolore”, stressiamo l’importanza della notorietà, del denaro, della pochezza dei non-valori per poter rimanere in vita. Per poter restare circondati dall’altrui ammirazione o, semplicemente, compagnia.

Quanto può essere attuale un’opera del genere? Tanto, drammaticamente troppo insegna Carsen che mette in scena, senza troppe difficoltà, uno spettacolo moderno che si erge sulle contraddizioni tipiche dei nostri anni, dove ad abiti sfarzosi si oppongono feste pacchiane ambientate in night club, dove al denaro (a quell’attaccamento alla materia, alla ricchezza, alla bassezza che fa “piangere” addirittura gli alberi), si oppone la miseria dell’uomo, solo, negli ultimi istanti di vita, in una stanza vuota. Vuota di crudezza, di superficialità, di gente, di ipocrisia. Una stanza, un mondo, dove resta solo l’amore: un “tutto” che non può essere abbastanza.

Ma cosa c’è dietro a un personaggio sicuro e fragile, sensuale e brillante, aggressivo e dolce, come la Violetta interpretata dalla soprano Francesca Dotto, la cui accorata voglia di amare ha riacceso le luci de La Fenice nel suo ultimo, lancinante, grido alla vita? Cosa si nasconde dietro a un personaggio la cui morte ha gettato gli spettatori in uno stato di totale impotenza? Quanto studio è stato fatto attorno a una performance lirica di questo calibro? A voi le sue parole, raccolte in una mail all’1:30 di notte, quando Francesca ha risposto alla mia intervista con l’umiltà tipica di chi può solo diventare grande…

8tqzj1417000299

Hai studiato flauto traverso, poi da dove é nata la passione per il canto, quindi la lirica? Hai visto, sentito qualcosa che ti ha fatto scegliere di intraprendere questa strada?

È vero, ho studiato flauto traverso, ma ero già appassionata alla musica da molto tempo, al canto in particolare. Nella mia famiglia si è sempre cantato molto: dallo Zecchino D’Oro ai canti popolari, passando dalle canzoni di chiesa.

Non c’è mai stato nessun melomane in casa, nessuno che mi abbia indirizzato in particolar modo alla lirica, ma di certo abbiamo sempre cantato tutti molto e insieme.

Diciamo che mi sono appassionata all’opera attraverso il flauto magico, (forse ero alle elementari). Non so, mi affascinava quel mondo fiabesco, la cattiva Regina della Notte… La povera Pamina mi ricordava un po’ Biancaneve e poi mi piacevano Papageno e Papagena. Così ho iniziato lo studio del flauto traverso e i miei insegnati (sia di solfeggio ma in particolar modo il M° Enzo Caroli, di strumento) mi hanno sempre detto di esser particolarmente intonata e dotata nel canto. Ho suonato e cantato nel coro della chiesa e poi un giorno ho pensato che potessi realmente fare del canto la mia professione: tenerlo come hobby non era più abbastanza. Da lì c’è stato il fortunato incontro con Elisabetta Tandura (che è tuttora la mia insegnante) ed è iniziata la mia avventura.

Quanto tempo impieghi a preparare una performance, quanto tempo prima hai cominciato a studiare Violetta, ad esempio?

Debuttare un ruolo richiede sempre una grande consapevolezza di quello che si sta andando a fare. Non basta cantare. Bisogna documentarsi, ricercare le fonti storiche, i romanzi, le biografie, leggere i libretti e studiare lo spartito. Questo è un tipo di lavoro che si inizia ogni volta che si decide di interpretare un personaggio e che poi non ha mai fine.

Nel caso di Violetta ho iniziato lo studio delle singole arie 3 anni fa circa, prima avevo iniziato col leggere, ovviamente, la Signora delle Camelie di Dumas, poi ho ricercato notizie nel web e ho approfondito con alcune biografie. Ogni volta, a seconda del regista e del direttore con cui ho l’opportunità di lavorare, è una nuova sfida per me, un arricchimento. Produzione dopo produzione aggiungo un tassello che mi aiuta a capire di più. Anche guardare altre colleghe, capire la loro interpretazione, spesso e volentieri mi offre nuovi spunti. E proprio questo è il bello del mio mestiere: più ascolto e studio un’opera più capisco il compositore, entro nel suo mondo e mi accorgo di nuovi particolari. È incredibile, ma ci sono tantissimi piccoli dettagli che scopro volta per volta, così è come se fosse sempre una novità e questo mi dà l’opportunità di mettermi in gioco.

Ovviamente dopo aver studiato tutto quello che sta attorno non si può tralasciare l’aspetto vocale, direi fondamentale. Avere una buona tecnica, studiare costantemente e tenere allenata la voce è di primissima importanza. Violetta è sempre in scena e la scrittura che Verdi le riserva nel primo atto non è la medesima del secondo o del terzo. Bisogna saper arrivare alla fine con intelligenza secondo me. Saper dosare la voce e le forze senza esaurire tutto dopo l’aria del primo atto.

Come alleni la memoria?

Fortunatamente ho una buona memoria. Certo, lo studio che noi cantanti facciamo è quotidiano, perché dobbiamo imparare a memoria molti ruoli di altrettante opere, ma non ho grossi problemi a riguardo. Poi, ovviamente, dipende dal tempo che ho a disposizione. A volte mi è capitato di aver poco tempo e di dover passare tutto il giorno a leggere, ascoltare, cantare e memorizzare. Per La traviata ad esempio c’è stato un periodo in cui mi alzavo di notte per ripetere la lettera del terzo atto. A dire il vero, non era un problema di memoria, ma non riuscivo a trovare l’accento giusto, la giusta drammaticità interpretativa e questo mi rendeva irrequieta, non so quante volte al giorno la ripetevo, perfino di notte appunto.

Dormi prima di andare in scena?

Dipende da quanto sia tesa in genere. Capita di passare notti insonni, ma ancora riesco a dormire tranquilla. Certo dopo le recite si ha l’adrenalina in circolo perciò ci si addormenta piuttosto tardi, ma è normale. Proprio prima di cantare, invece, io non dormo. Per cantare tutto il corpo dev’essere sveglio, proprio come quello di un atleta. È impossibile fare i 100 m ancora addormentati e così è per noi. Se pensiamo che ogni persona appena si alza ha una voce molto più bassa rispetto a come ce l’ha durante il giorno, beh noi non riusciamo a raggiungere le note più acute appena svegli. Diciamo che ho bisogno di un paio d’ore, se non di più, prima che la voce e il corpo siano belli pronti.

Cosa ti è piaciuto in Violetta?

Di Violetta mi piace la sua febbre, il suo essere fino all’ultimo aggrappata alla vita. È un personaggio con una immensa voglia di vivere: ha bisogno degli “amici”, delle ore piccole dell’alcool nel primo atto, per vivere ogni minuto che le rimane, come se non ci fosse un domani. Una volta coinvolta in una meravigliosa storia d’amore è costretta a ritornare alla sua vita e dopo essersi sacrificata viene umiliata davanti a tutto il mondo ipocrita che la circonda e di cui lei fa parte dall’uomo che tanto ama. Infine, abbandonata da tutti e ormai prossima alla morte, la troviamo ancora lì, pronta a lottare per la vita, perché nonostante tutti i torti subiti, sarebbe ancora disposta a ricominciare una nuova vita con Alfredo.

8pbub1417000324

Quale altro personaggio vorresti interpretare?

Mi piacerebbe interpretare tanti altri personaggi, ho solo l’imbarazzo della scelta. A Verdi sono molto affezionata, mi piace il suo modo di scrivere, la sua musica così tipicamente italiana, ma davvero non saprei scegliere. Il sogno sarebbe Tosca, ma devo aspettare ancora molti anni, che la voce maturi. Tosca però è solo la punta dell’iceberg, davvero. Non vedo l’ora di cimentarmi in nuove sfide, con cautela e coscienza, un po’ alla volta, c’è un mondo che mi aspetta, sento che dicendo un ruolo piuttosto che un altro farei un torto a quello non menzionato.

Quale parte della Traviata ti piace di più?

Direi il terzo atto, dove la disperazione e l’attaccamento alla vita di Violetta sono più forti che mai. In particolar modo “attendo, attendo… né a me giungo mai” che culmina in “ah, con tal morbo ogni speranza è morta!”, la seconda strofa di addio del passato e da “ah, non più a un tempio Alfredo andiamo” a “prendi quest’è l’immagine”.

Poi mi piacciono molto anche lo scambio di battute tra Alfredo e Violetta a casa Flora e il momento in cui Violetta dice a Giorgio Germont “Morrò! La mia memoria non fia ch’ei maledica…” dopo aver deciso di sacrificarsi.

Perché nella tua fanpage ci sono solo 363 fan?

Beh io ho pochi fan perché sono ancora giovane nel mio settore, sono “nata” da poco, ma altre mie colleghe sono decisamente più conosciute. Inoltre il nostro mondo è un po’ a sé, per fortuna da una parte – personalmente non vorrei mai essere tanto famosa ed essere paparazzata in ogni dove – per grande sfortuna dall’altra: in tanti hanno pregiudizi nei confronti del mondo della musica classica. Certo c’è uno scoglio iniziale se una persona non è abituata ad ascoltare l’opera, ma superato questo, a parer mio, c’è un mondo meraviglioso tutto da scoprire. Bisogna solo essere disposti a fare la fatica iniziale, ad abituarsi ad ascoltare – qualità che oggi come oggi è sempre più rara – ma certamente poi si raggiunge un livello di appagamento altissimo.

Secondo te cosa si può fare per avvicinare i ragazzini al tuo genere?

Per avvicinare i ragazzini alla lirica o alla musica classica in genere basta abituarli fin da piccoli. Sembra stupido dirlo, perché è una cosa molto banale ma è così. Lo vedo con i figli dei miei colleghi e con i miei nipoti. I bambini sono delle spugne, si appassionano alle cose che la famiglia mostra loro come cose belle e divertenti. Ad esempio i miei nipotini canticchiano arie o duetti tratti da opere e spesso mi chiedono di mostrare loro qualche pezzo nuovo e divertente, loro non hanno preconcetti! In questo i bimbi sono molto aperti. Basta educarli nel modo giusto. I piccoli di oggi sono i grandi del domani ed è importante che siano abituati a riconoscere la bellezza nelle sue più svariate forme.


Banane

UID5422E07A1AC2C_1

Se un copy pubblicitario mi chiedesse di descrivergli il concept di “Banane” in due righe gli direi che si tratta di uno spettacolo di Francesco Lagi con Francesco Colella, Leonardo Maddalena, Aurora Peres, Mariano Pirrello (suono di Giuseppe D’Amato, scene di Salvo Ingala, mlg di Regina Piperno, regia di Francesco Lagi) che rappresenta uno scorcio di vita dove una donna del sud, Palma, infinitamente goffa, fintamente ingenua, raggiunge Pino, un lontano parente (pro-cugino per l’esattezza) a Roma e gli chiede ospitalità nei pochi giorni che la vedono protagonista di qualche scatto con anonimi professionisti capitolini.

Pino è un burbero poco incline alla gentilezza, alla pulizia, al dialogo. La sua alcova è un agglomerato di capelli. Pino li perde ma non è disposto a lasciarli andare e li tiene lì, sul letto, sul pavimento, sulla poltrona, sempre al suo fianco, a colmare tutto quel vuoto che lo circonda. Così come tiene lì, tra le mani, un libro. Un grande, gigantesco libro del profeta Eliseo pieno di frasi e parole, tutte quelle parole, tutte quelle tante, troppe parole che lui non riesce a dire, tantomeno ad ascoltare…

banane

Palma gli parla in dialetto e Pino non la capisce. Palma gli parla in italiano e Pino non l’ascolta. Passano i giorni e la bellezza di Palma infrange il muro che Pino ha creato tra i due, complice l’incursione nella storia di Elio, l’amico di Pino, un ricco fallito totalmente affascinato dalla genuinità della donna del sud. Ma l’incontro tra i tre è breve, breve è il tempo a loro disposizione per capire ‘chi’ vuole ‘cosa’, o ‘cosa’ dire a ‘chi’. Palma riparte per la Puglia e cala il buio sulla scena. Lo stesso buio che scandisce ogni cambio-set dello spettacolo. Un set caratterizzato da un solo elemento scenografico: delle cassette per la frutta, “banane” in particolare. Quelle che si gustano al palato ma che, da sempre, vengono associate a dei grandi scivoloni involontari…

Banane-Rid

Passa un anno e Pino ed Elio saltano in macchina pronti a raggiungere Palma. Senza soldi, senza meta, senza troppi itinerari da organizzare (l’importante, per Pino, è sempre e solo “fare un giro”), i due arrivano al sud e qui si scontrano con la cruda realtà: Palma è fidanzata con Max, un uomo al limite tra il genio e l’inettitudine che viveva della felicità condivisa col suo cane Pigna, felicità infranta da un incidente che vede Pigna ridotto a uno stato vegetativo, nutrito da una flebo e dall’amore del suo padrone. Perché “la felicità – dirà Max in una scena – non esiste, è solo un’invenzione delle persone”, e quello che c’era oggi, domani può non esserci più. Lo si può cercare nel rumore del vento tra le onde del mare, nell’assistere, assieme, alla cremazione di chi si è amato in due, ma la verità vera, a fine spettacolo, sembra essere una: la felicità sta nel cogliere gli attimi in cui si sta perdendo ciò che si è amato. Che sia l’amico in partenza, la compagna, il conoscente, esiste un attimo fatto di musica, di abbracci, di sguardi che possono dire tutto quando nessuna parola riesce a dire niente.

banane-kFIB--400x320@Milano

Personalmente avevo già apprezzato Francesco Colella nell’interpretazione di Zigulì. Adesso scopro Leonardo Maddalena, Aurora Peres, Mariano Pirrello e mi rendo conto di quante risate, quante emozioni, quanta bravura il grande pubblico si stia perdendo. Quanta impegno questi quattro attori e un bellissimo cane siano riusciti a mettere in questo spettacolo dove, tra il pubblico, c’erano quasi solo amici e conoscenti. E centinaia di poltrone vuote. Svuotate da gente che preferisce indubbiamente guardare cani di attori e pagare una fortuna per poter dire, l’indomani: “Ho visto lo spettacolo di…”.

Io ieri sera, al Teatro Ringhiera di Milano, ho visto “Banane” della compagnia Teatrodilina. Ho pianto dei pianti dei protagonisti nell’ascolto del verso “C’è gente che ama mille cose e si perde per le strade del mondo…”.

Io ieri sera ho sentito gente dire “Quello che riguarda te, anche se tu non ci pensi, riguarda me… e questo è amore” e mi è sembrato di poter respirare, finalmente, in questa Italia, un po’ di sana e pura poesia.

P.S. Non sono riuscita a raccontare Banane in due righe. I grandi attori che me l’hanno presentato ne meritavano molte di più.