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Tutti salvi: addio stepchild adoption! 

  
Oggi lo Stato italiano si preoccupa di creare un futuro che presupponga risposte moralmente adeguate alla domanda: “perché ho due papà?”. E, affinché questo tipo di quesiti non vengano posti, affinché alcun bambino venga sottoposto al trauma psicologico dell’inadeguatezza alla normalità condivisa, lo Stato italiano si sta muovendo, sin da subito, nella persecuzione di un obiettivo alto, altissimo: il raggiungimento di quello stato di Motore Immobile che solo il Dio di Aristotele era riuscito a interpretare. 

L’Italia resta ferma. Il mondo corre e si evolve ma l’Italia, per preservare il futuro dei prossimi noi, difende a spada tratta il principio deontologico di eterosessualità quale presupposto per la procreazione, al fine di non turbare la fiducia nel futuro, nello Stato, dei cucciolini che verranno.  

Quando mia nipote crescerà le racconterò, quindi, che lei é fortunata, perché ha una mamma e un papà e che ci sono tantissimi bimbi che, invece, sono costretti a vivere con due mamme o due papà. Che lei può avere, agli occhi dei compagni di scuola, un papà che le fa vedere le partite e una mamma che le stira le camicie mentre ci sono bambini molto sfortunati che hanno tantissime camicie stirate ma nessuno con cui vedere una partita e altri che, poveretti, sono costretti ad andare in giro con tutte le camicette sgualcite e che passano le serate, sempre e sempre, a vedere delle noiosissime partite. E se obietterà (perché quella furbina di mia nipote obietta già ora che ha solo due anni) che il mio discorso non ha senso, che la famiglia non la fanno i luoghi comuni e che i bimbi non si fanno tutte le menate che ci facciamo noi grandi, io, spiegatemi un attimo, cosa le dovrei rispondere? 

Quasi quasi lo vado a chiedere a Renzi… 


Inside Out

É esistita, tempo fa, la credenza per cui i cartoni animati fossero stati creati, così come le fiabe, per i bambini. Per raccontare a questi ultimi la realtà, il tragico, drammatico vivere, il susseguirsi di incontri, delusioni, disillusioni, amarezze, in una dimensione semplice, fruibile, accettabile anche dai più piccoli. Poi, immagino si sia compreso quanto grandi siano le menti dei bambini, quanto avanti i loro pensieri e quanto piccole le riflessioni di quei superficiali dei grandi e tutto si é capovolto. Sono nati, così, i cartoni per i grandi. E mentre i piccoli cuccioli spolpano “Signori degli anelli” come un tempo i grandi facevano con “Pimpa”, i grandi piangono, ridono e si entusiasmano davanti ai cartoni. E non é neanche detto che li capiscano appieno… 
Ho visto “Inside out” di Pete Docter. Non credo ne avrei potuto apprezzare certe morali se non avessi fatto un breve percorso di studi psicoterapeutici nel corso della mia vita. E non credo nemmeno che grazie a quest’ultimo io l’abbia capito veramente, ma provo, comunque, a darne una mia, umile, interpretazione.

 
Passiamo l’infanzia a cercare i sorrisi. Apriamo gli occhi, appena nati e quello che ci insegnano, ciò che rende gli altri entusiasti, fieri, orgogliosi sono i nostri sorrisi in risposta ai loro. E non c’é parente, amico o conoscente che non gioisca per le risate che ci provoca. Ma arriva un momento in cui la tristezza ci si presenta davanti. C’é tanta gente debole che prova a soffocarla con la gioia. Ma una maschera non ti rende forte, ti rende solo. Bisogna accogliere la tristezza per diventare esseri sociali. Per crescere. Per diventare grandi. Solo che questa cosa, a certi bimbi, viene negata troppo presto. E allora succede che i treni dei pensieri si ritrovino spezzati da binari rotti. Succede che nel forzare la gioia le isole della personalità prendano la deriva e che tutto quanto dell’infanzia ci faceva ridere, piangere, immaginare, venga rimosso. Succede che i pensieri base non abbiano più nessuna base. E succede anche che ci senta galleggiare, sopravvivere in vuoti apatici fatti di niente. Di occhi che non vedono. Di cuori che non sentono più, dove niente riesce a servire più a niente.


Credo che ci siano troppi bimbi, me compresa, che fanno fatica a indossare i panni dei grandi. Che piangono davanti a specchi celati da cartoni della Pixar, perché in tutta questa storia di gnomini colorati che dovrebbero far ridere, emerge una grande verità: tutto ciò che evitiamo in quanto brutto, grasso, scuro, triste, pessimista, debole, umido, tutto quanto vorremmo rimuovere o estromettere dalla torre di controllo dei nostri pensieri, é ciò che ci avrebbe permesso di crescere. O forse, di crescere in una valle di lacrime condivise portandoci, di conseguenza, a essere più sereni, sociali, preparati e pronti di così…


La Giovinezza di Paolo Sorrentino

Ciò che dà valore a un film, per la sottoscritta, è la capacità di mantenere l’attesa, quella volgare suspense che preferisco definire curiosità, amore per il sapere, filosofia. “La Giovinezza”, l’ultimo film di Sorrentino, con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, è una bella lezione di filosofia, raccontata da parole, frasi, dialoghi, canzoni semplici, talmente semplici da rasentare, a volte, il ridicolo, contrapposti al solito manierismo della forma registica, della fotografia, degli effetti sonori del vincitore premio oscar.

Ma se ne La grande bellezza Sorrentino sublimava soprattutto la vista, ne La Giovinezza, il regista sembra voler dare molto più risalto all’udito. Guardandolo, sentirete il rumore dei piedi sul terreno, la cartuzza sfregata a mo’ di strumento, gli argini delle piscine rotte da corpi giovani, vecchi, adiposi, perfetti, stanchi o dimenticati che infrangono l’acqua ferma del presente. Sentirete l’incombenza di un futuro prossimo, fatto di ricordi mancati, di rimpianti, di scoperte che fanno rumore. Che fanno pensare. Che fanno piangere a patto che, in sottofondo, ci sia la giusta musica: l’unica che, senza spiegazioni, riesca ad emozionare.

  L’azione si svolge in un hotel svizzero dove un ex direttore d’orchestra sulla via della vecchiaia trascorre giornate di apatico relax assieme all’amico e coetaneo regista. I due anziani, nei loro ricordi dimenticati, nella loro attenzione morbosa verso i clienti dell’albergo, diventano assieme al pubblico, spettatori e protagonisti passivi di una scena che non vuole decollare. Che non vuole levitare. Perché non può. Perché, dirà a metà film una bambina, “non ci sentiamo all’altezza di niente”. Tutto scorre lento davanti agli occhi dei due amici cercando di procurare emozioni e nel rivedere la giovinezza altrui, nel sentirla raccontare dalle parole dei propri figli, i due protagonisti si rendono conto di aver dimenticato tutto e di non aver lasciato nulla neppure nelle memorie degli altri. I figli altri. Le attrici altre. Le mogli altre. Le vite altre.

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Forse solo chi vive i nostri tempi come ostaggio di malinconie, chi affligge i propri pensieri con domande sul perché del tutto e, soprattutto, del niente, può apprezzare Sorrentino che è riuscito a raccontare il “nulla” con La grande Bellezza e riesce a descrivere La giovinezza con gli occhi di chi la vita l’ha vista passare e può ricordarla, invidiarla, o gettarla semplicemente via, da lontano.

Da vecchio.


Birdman

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Vedere un film è vivere una storia. Puoi farlo con la coccola di un’immagine fissa, di un master rateizzato in inquadrature che il regista ha saggiamente scomposto per non farti perdere nemmeno un punto di vista. Oppure no…

Birdman di Alejandro González Iñárritu, con Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Andrea Riseborough, Amy Ryan è la storia di un operatore cinematografico e della sua steadicam. Di 30 giorni di ripresa ‘a mano’, di corse all’indietro, in avanti, di eleganti pirouettes attorno ai protagonisti e poi di fronte a loro. Di un movimento costante, di una vita in bilico, di una visione instabile. Di “chi si è?” veramente e fintamente e di quanto si possa costruire o distruggere se l’aspettativa è unicamente la viralità delle proprie azioni e la possibilità che gli altri le definiscano “all’altezza” di quel nulla omologato.

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Dopo l’amaro in bocca lasciatoci da “La Grande Bellezza” sulla greve superficialità dei nostri tempi, arriva un altro film capace di stupire, appassionare, amareggiare sulla condizione umana, si ritorna a un esistenzialismo che vede nella precarietà, nella finitezza e nell’estraneità le uniche condizioni possibili dell’uomo moderno.

Riggan Thompson fonda la sua esistenza sulla celebrità, mai sulla comparazione intima. Emblema dell’uomo moderno, il protagonista si sente maschio, padre, marito, attore nelle impression che genera, nelle prime pagine che gli dedicano, nelle messe in scena pregne di emozioni reali rispetto a una vita di apatica finzione. Il suo intento è portare avanti uno spettacolo in cui crede da solo, ammaliare la peggiore delle critiche con gesti al limite del macabro, arrivare ad ipotizzare un suicidio in scena pur di risultare “un bravo attore”. Attorno a lui esistenze che passano cariche di cinismo, prive di filtri e censure, dove il confine tra verismo e fantascienza stenta a definirsi, dove appare più grottesco un tweet che immortala una faccia ingessata rispetto a un uomo volante.

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Birdman evita allo spettatore e, in primis, ai protagonisti, la facilità di uno storytelling facile, di una lettura semplice, di un film scontato. Se vuoi evitare l’abitudine puoi guardarlo e stupirti. Preparati al più fecondo dei mal di testa, a mettere in “pausa” ogni 20 minuti per dare tregua agli occhi e a stupirti di fronte a tutto: a quel piano sequenza che piano sequenza non è, a quegli attori che sembrano aver vissuto in un reality fatto di due ore di battute scandite da un “Motore, azione!” e da un “Buona” finale. E poi, a fine film, prova a leggere le recensioni di chi di cinema ne sa veramente qualcosa: capirai di non aver capito niente. E che Birdman merita mille Oscar anche e solo per questo…


The imitation game

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Esiste un gioco: un uomo pone una domanda a un altro uomo. Dalla risposta di quest’ultimo, il mittente capirà se a rispondere sia un uomo o una macchina. Se una macchina possa avere l’intelligenza di un uomo, se essa possa, dunque, pensare o se, invece, un uomo possa avere la freddezza di una macchina. Se egli possa lasciar correre. Vivere nella solitudine di un universo altro. Se egli possa superare l’incomprensione di chi non è ancora pronto, di chi corazza la propria ignoranza con la fobia e la condanna. E se la risposta non fa dell’uomo una macchina, la condanna sarà comunque dettata dalla fobia. L’uomo nasce pecora, non c’è niente da fare. Lo spiegava già Omero quando, per salvare il suo Ulisse dalla caverna del ciclope lo fece ricoprire del suo manto. E lo sottolinea Morten Tyldum in “The imitation game“, la trasposizione cinematografica di una storia drammaticamente vera.

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Nel corso della seconda Guerra mondiale, gli inglesi cercano di decifrare il codice ‘Enigma’ con il quale le potenze dell’asse comunicavano i propri prossimi passi. Alan Turing, matematico, crittoanalista, genio incompreso, finisce a capo del team di ‘decriptatori’. Si oppone ai colleghi intenti a decifrare il codice di una macchina con una mente umana, realizzando una macchina capace di combattere ‘Enigma’ ad armi pari. La sua macchina, la prima forma dell’attuale computer, raggiunge l’obiettivo prefissato: decifrare le comunicazioni nemiche e anticipare la fine della Guerra, salvando circa 14 milioni di persone. Per Turing non ci furono medaglie, riconoscimenti, aumenti di stipendio. Turing non era una pecora. Non sapeva fingere di provare simpatia per chi riteneva inferiore. Non sapeva arrendersi di fronte ai no e, cosa ancora peggiore, riteneva che “la violenza esista perché provoca appagamento ma se le togliamo questo appagamento non ha più ragione d’essere”. Turing veniva picchiato sin da piccolo. Umiliato da grande. Ma la sua freddezza, quella corazza d’indifferenza con cui copriva ogni sua fragilità, lo rendeva destinatario perfetto del detto: “A volte sono persone che nessuno può immaginare a fare cose che nessuno immagina”. Lo rendeva, quindi, detestabile.

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Anni dopo l’impresa eroica compiuta da quest’uomo egli venne condannato per “perversioni sessuali”, oggi meglio conosciute col nome di “omosessualità”. Poteva scegliere se passare due anni in prigione o se sottoporsi alla castrazione chimica. Scelse la seconda opzione per poi suicidarsi nel 1954. Da allora ci siamo persi anni di invenzioni mai nate. Ci siamo persi un’evoluzione tecnologica che avrebbe potuto raggiungere decenni fa, traguardi ancora inimmaginabili. Ci siamo persi i nobel, le medaglie, gli onori che non gli furono dedicati. Ci siamo persi i corsi universitari che non ci ha potuto presentare. Ma abbiamo un mondo salvo. Un bellissimo mondo di pecore salve grazie a un ‘pervertito’ in meno.


Dentro la Traviata. Intervista a Francesca Dotto

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Dal 23 novembre al 7 dicembre, al Teatro La Fenice di Venezia, è andata in scena “La traviata” (allestimento di Robert Carsen e Patrick Kinmonth) opera simbolo del teatro veneziano che le diede i natali il 6 marzo 1853. Diretta dal venezuelano Diego Matheuz, interpretata da Leonardo Cortellazzi nella parte di Alfredo e Francesca Dotto nella parte di Violetta, La traviata insegna come l’epilogo di Violetta, sviluppato in tre atti, sia lo stesso che attanaglia l’umanità dei nostri giorni: da una nascita “sempre libera” alle ore in cui “cessano gli spasmi del dolore”, stressiamo l’importanza della notorietà, del denaro, della pochezza dei non-valori per poter rimanere in vita. Per poter restare circondati dall’altrui ammirazione o, semplicemente, compagnia.

Quanto può essere attuale un’opera del genere? Tanto, drammaticamente troppo insegna Carsen che mette in scena, senza troppe difficoltà, uno spettacolo moderno che si erge sulle contraddizioni tipiche dei nostri anni, dove ad abiti sfarzosi si oppongono feste pacchiane ambientate in night club, dove al denaro (a quell’attaccamento alla materia, alla ricchezza, alla bassezza che fa “piangere” addirittura gli alberi), si oppone la miseria dell’uomo, solo, negli ultimi istanti di vita, in una stanza vuota. Vuota di crudezza, di superficialità, di gente, di ipocrisia. Una stanza, un mondo, dove resta solo l’amore: un “tutto” che non può essere abbastanza.

Ma cosa c’è dietro a un personaggio sicuro e fragile, sensuale e brillante, aggressivo e dolce, come la Violetta interpretata dalla soprano Francesca Dotto, la cui accorata voglia di amare ha riacceso le luci de La Fenice nel suo ultimo, lancinante, grido alla vita? Cosa si nasconde dietro a un personaggio la cui morte ha gettato gli spettatori in uno stato di totale impotenza? Quanto studio è stato fatto attorno a una performance lirica di questo calibro? A voi le sue parole, raccolte in una mail all’1:30 di notte, quando Francesca ha risposto alla mia intervista con l’umiltà tipica di chi può solo diventare grande…

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Hai studiato flauto traverso, poi da dove é nata la passione per il canto, quindi la lirica? Hai visto, sentito qualcosa che ti ha fatto scegliere di intraprendere questa strada?

È vero, ho studiato flauto traverso, ma ero già appassionata alla musica da molto tempo, al canto in particolare. Nella mia famiglia si è sempre cantato molto: dallo Zecchino D’Oro ai canti popolari, passando dalle canzoni di chiesa.

Non c’è mai stato nessun melomane in casa, nessuno che mi abbia indirizzato in particolar modo alla lirica, ma di certo abbiamo sempre cantato tutti molto e insieme.

Diciamo che mi sono appassionata all’opera attraverso il flauto magico, (forse ero alle elementari). Non so, mi affascinava quel mondo fiabesco, la cattiva Regina della Notte… La povera Pamina mi ricordava un po’ Biancaneve e poi mi piacevano Papageno e Papagena. Così ho iniziato lo studio del flauto traverso e i miei insegnati (sia di solfeggio ma in particolar modo il M° Enzo Caroli, di strumento) mi hanno sempre detto di esser particolarmente intonata e dotata nel canto. Ho suonato e cantato nel coro della chiesa e poi un giorno ho pensato che potessi realmente fare del canto la mia professione: tenerlo come hobby non era più abbastanza. Da lì c’è stato il fortunato incontro con Elisabetta Tandura (che è tuttora la mia insegnante) ed è iniziata la mia avventura.

Quanto tempo impieghi a preparare una performance, quanto tempo prima hai cominciato a studiare Violetta, ad esempio?

Debuttare un ruolo richiede sempre una grande consapevolezza di quello che si sta andando a fare. Non basta cantare. Bisogna documentarsi, ricercare le fonti storiche, i romanzi, le biografie, leggere i libretti e studiare lo spartito. Questo è un tipo di lavoro che si inizia ogni volta che si decide di interpretare un personaggio e che poi non ha mai fine.

Nel caso di Violetta ho iniziato lo studio delle singole arie 3 anni fa circa, prima avevo iniziato col leggere, ovviamente, la Signora delle Camelie di Dumas, poi ho ricercato notizie nel web e ho approfondito con alcune biografie. Ogni volta, a seconda del regista e del direttore con cui ho l’opportunità di lavorare, è una nuova sfida per me, un arricchimento. Produzione dopo produzione aggiungo un tassello che mi aiuta a capire di più. Anche guardare altre colleghe, capire la loro interpretazione, spesso e volentieri mi offre nuovi spunti. E proprio questo è il bello del mio mestiere: più ascolto e studio un’opera più capisco il compositore, entro nel suo mondo e mi accorgo di nuovi particolari. È incredibile, ma ci sono tantissimi piccoli dettagli che scopro volta per volta, così è come se fosse sempre una novità e questo mi dà l’opportunità di mettermi in gioco.

Ovviamente dopo aver studiato tutto quello che sta attorno non si può tralasciare l’aspetto vocale, direi fondamentale. Avere una buona tecnica, studiare costantemente e tenere allenata la voce è di primissima importanza. Violetta è sempre in scena e la scrittura che Verdi le riserva nel primo atto non è la medesima del secondo o del terzo. Bisogna saper arrivare alla fine con intelligenza secondo me. Saper dosare la voce e le forze senza esaurire tutto dopo l’aria del primo atto.

Come alleni la memoria?

Fortunatamente ho una buona memoria. Certo, lo studio che noi cantanti facciamo è quotidiano, perché dobbiamo imparare a memoria molti ruoli di altrettante opere, ma non ho grossi problemi a riguardo. Poi, ovviamente, dipende dal tempo che ho a disposizione. A volte mi è capitato di aver poco tempo e di dover passare tutto il giorno a leggere, ascoltare, cantare e memorizzare. Per La traviata ad esempio c’è stato un periodo in cui mi alzavo di notte per ripetere la lettera del terzo atto. A dire il vero, non era un problema di memoria, ma non riuscivo a trovare l’accento giusto, la giusta drammaticità interpretativa e questo mi rendeva irrequieta, non so quante volte al giorno la ripetevo, perfino di notte appunto.

Dormi prima di andare in scena?

Dipende da quanto sia tesa in genere. Capita di passare notti insonni, ma ancora riesco a dormire tranquilla. Certo dopo le recite si ha l’adrenalina in circolo perciò ci si addormenta piuttosto tardi, ma è normale. Proprio prima di cantare, invece, io non dormo. Per cantare tutto il corpo dev’essere sveglio, proprio come quello di un atleta. È impossibile fare i 100 m ancora addormentati e così è per noi. Se pensiamo che ogni persona appena si alza ha una voce molto più bassa rispetto a come ce l’ha durante il giorno, beh noi non riusciamo a raggiungere le note più acute appena svegli. Diciamo che ho bisogno di un paio d’ore, se non di più, prima che la voce e il corpo siano belli pronti.

Cosa ti è piaciuto in Violetta?

Di Violetta mi piace la sua febbre, il suo essere fino all’ultimo aggrappata alla vita. È un personaggio con una immensa voglia di vivere: ha bisogno degli “amici”, delle ore piccole dell’alcool nel primo atto, per vivere ogni minuto che le rimane, come se non ci fosse un domani. Una volta coinvolta in una meravigliosa storia d’amore è costretta a ritornare alla sua vita e dopo essersi sacrificata viene umiliata davanti a tutto il mondo ipocrita che la circonda e di cui lei fa parte dall’uomo che tanto ama. Infine, abbandonata da tutti e ormai prossima alla morte, la troviamo ancora lì, pronta a lottare per la vita, perché nonostante tutti i torti subiti, sarebbe ancora disposta a ricominciare una nuova vita con Alfredo.

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Quale altro personaggio vorresti interpretare?

Mi piacerebbe interpretare tanti altri personaggi, ho solo l’imbarazzo della scelta. A Verdi sono molto affezionata, mi piace il suo modo di scrivere, la sua musica così tipicamente italiana, ma davvero non saprei scegliere. Il sogno sarebbe Tosca, ma devo aspettare ancora molti anni, che la voce maturi. Tosca però è solo la punta dell’iceberg, davvero. Non vedo l’ora di cimentarmi in nuove sfide, con cautela e coscienza, un po’ alla volta, c’è un mondo che mi aspetta, sento che dicendo un ruolo piuttosto che un altro farei un torto a quello non menzionato.

Quale parte della Traviata ti piace di più?

Direi il terzo atto, dove la disperazione e l’attaccamento alla vita di Violetta sono più forti che mai. In particolar modo “attendo, attendo… né a me giungo mai” che culmina in “ah, con tal morbo ogni speranza è morta!”, la seconda strofa di addio del passato e da “ah, non più a un tempio Alfredo andiamo” a “prendi quest’è l’immagine”.

Poi mi piacciono molto anche lo scambio di battute tra Alfredo e Violetta a casa Flora e il momento in cui Violetta dice a Giorgio Germont “Morrò! La mia memoria non fia ch’ei maledica…” dopo aver deciso di sacrificarsi.

Perché nella tua fanpage ci sono solo 363 fan?

Beh io ho pochi fan perché sono ancora giovane nel mio settore, sono “nata” da poco, ma altre mie colleghe sono decisamente più conosciute. Inoltre il nostro mondo è un po’ a sé, per fortuna da una parte – personalmente non vorrei mai essere tanto famosa ed essere paparazzata in ogni dove – per grande sfortuna dall’altra: in tanti hanno pregiudizi nei confronti del mondo della musica classica. Certo c’è uno scoglio iniziale se una persona non è abituata ad ascoltare l’opera, ma superato questo, a parer mio, c’è un mondo meraviglioso tutto da scoprire. Bisogna solo essere disposti a fare la fatica iniziale, ad abituarsi ad ascoltare – qualità che oggi come oggi è sempre più rara – ma certamente poi si raggiunge un livello di appagamento altissimo.

Secondo te cosa si può fare per avvicinare i ragazzini al tuo genere?

Per avvicinare i ragazzini alla lirica o alla musica classica in genere basta abituarli fin da piccoli. Sembra stupido dirlo, perché è una cosa molto banale ma è così. Lo vedo con i figli dei miei colleghi e con i miei nipoti. I bambini sono delle spugne, si appassionano alle cose che la famiglia mostra loro come cose belle e divertenti. Ad esempio i miei nipotini canticchiano arie o duetti tratti da opere e spesso mi chiedono di mostrare loro qualche pezzo nuovo e divertente, loro non hanno preconcetti! In questo i bimbi sono molto aperti. Basta educarli nel modo giusto. I piccoli di oggi sono i grandi del domani ed è importante che siano abituati a riconoscere la bellezza nelle sue più svariate forme.


Banane

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Se un copy pubblicitario mi chiedesse di descrivergli il concept di “Banane” in due righe gli direi che si tratta di uno spettacolo di Francesco Lagi con Francesco Colella, Leonardo Maddalena, Aurora Peres, Mariano Pirrello (suono di Giuseppe D’Amato, scene di Salvo Ingala, mlg di Regina Piperno, regia di Francesco Lagi) che rappresenta uno scorcio di vita dove una donna del sud, Palma, infinitamente goffa, fintamente ingenua, raggiunge Pino, un lontano parente (pro-cugino per l’esattezza) a Roma e gli chiede ospitalità nei pochi giorni che la vedono protagonista di qualche scatto con anonimi professionisti capitolini.

Pino è un burbero poco incline alla gentilezza, alla pulizia, al dialogo. La sua alcova è un agglomerato di capelli. Pino li perde ma non è disposto a lasciarli andare e li tiene lì, sul letto, sul pavimento, sulla poltrona, sempre al suo fianco, a colmare tutto quel vuoto che lo circonda. Così come tiene lì, tra le mani, un libro. Un grande, gigantesco libro del profeta Eliseo pieno di frasi e parole, tutte quelle parole, tutte quelle tante, troppe parole che lui non riesce a dire, tantomeno ad ascoltare…

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Palma gli parla in dialetto e Pino non la capisce. Palma gli parla in italiano e Pino non l’ascolta. Passano i giorni e la bellezza di Palma infrange il muro che Pino ha creato tra i due, complice l’incursione nella storia di Elio, l’amico di Pino, un ricco fallito totalmente affascinato dalla genuinità della donna del sud. Ma l’incontro tra i tre è breve, breve è il tempo a loro disposizione per capire ‘chi’ vuole ‘cosa’, o ‘cosa’ dire a ‘chi’. Palma riparte per la Puglia e cala il buio sulla scena. Lo stesso buio che scandisce ogni cambio-set dello spettacolo. Un set caratterizzato da un solo elemento scenografico: delle cassette per la frutta, “banane” in particolare. Quelle che si gustano al palato ma che, da sempre, vengono associate a dei grandi scivoloni involontari…

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Passa un anno e Pino ed Elio saltano in macchina pronti a raggiungere Palma. Senza soldi, senza meta, senza troppi itinerari da organizzare (l’importante, per Pino, è sempre e solo “fare un giro”), i due arrivano al sud e qui si scontrano con la cruda realtà: Palma è fidanzata con Max, un uomo al limite tra il genio e l’inettitudine che viveva della felicità condivisa col suo cane Pigna, felicità infranta da un incidente che vede Pigna ridotto a uno stato vegetativo, nutrito da una flebo e dall’amore del suo padrone. Perché “la felicità – dirà Max in una scena – non esiste, è solo un’invenzione delle persone”, e quello che c’era oggi, domani può non esserci più. Lo si può cercare nel rumore del vento tra le onde del mare, nell’assistere, assieme, alla cremazione di chi si è amato in due, ma la verità vera, a fine spettacolo, sembra essere una: la felicità sta nel cogliere gli attimi in cui si sta perdendo ciò che si è amato. Che sia l’amico in partenza, la compagna, il conoscente, esiste un attimo fatto di musica, di abbracci, di sguardi che possono dire tutto quando nessuna parola riesce a dire niente.

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Personalmente avevo già apprezzato Francesco Colella nell’interpretazione di Zigulì. Adesso scopro Leonardo Maddalena, Aurora Peres, Mariano Pirrello e mi rendo conto di quante risate, quante emozioni, quanta bravura il grande pubblico si stia perdendo. Quanta impegno questi quattro attori e un bellissimo cane siano riusciti a mettere in questo spettacolo dove, tra il pubblico, c’erano quasi solo amici e conoscenti. E centinaia di poltrone vuote. Svuotate da gente che preferisce indubbiamente guardare cani di attori e pagare una fortuna per poter dire, l’indomani: “Ho visto lo spettacolo di…”.

Io ieri sera, al Teatro Ringhiera di Milano, ho visto “Banane” della compagnia Teatrodilina. Ho pianto dei pianti dei protagonisti nell’ascolto del verso “C’è gente che ama mille cose e si perde per le strade del mondo…”.

Io ieri sera ho sentito gente dire “Quello che riguarda te, anche se tu non ci pensi, riguarda me… e questo è amore” e mi è sembrato di poter respirare, finalmente, in questa Italia, un po’ di sana e pura poesia.

P.S. Non sono riuscita a raccontare Banane in due righe. I grandi attori che me l’hanno presentato ne meritavano molte di più.


Nati per muoverci

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Da tre giorni cammino più che posso. Per andare al lavoro, per tornare a casa, per evitare le scale mobili, per raggiungere il centro della mia città. E mi muovo. Cerco di sgranchire le gambe sotto la scrivania, drizzare la schiena almeno ogni 20 minuti, muovere le pupille. Spostarle dallo schermo alla ricerca di un nuovo fuoco. E di parlare. Perché anche il movimento della lingua abbia un suo perché.

Da tre giorni ho letto “Nati per muoverci” di Nerio Alessandri e ogni volta che incrocio un amico, una delle mille menti brillanti che, oggi, non riescono a trovare lavoro, gli dico:

“Leggi quanto dice Nerio!”.

“Nerio chi?”, mi viene chiesto il più delle volte

“Alessandri, il fondatore di Technogym”, rispondo.

La proposta successiva all’imperativo, questa volta molto più amichevole e, soprattutto, ambiziosa è: “impara tutto ciò che dice, guarda la sua vita come fosse una Bibbia e imponiti un obiettivo: conoscerlo”.

Perché, secondo me, uno che ha vissuto una vita del genere, un visionario che, senza alcun mezzo (economico e tecnologico) per guardare avanti, sia riuscito a fare quanto fatto da quest’uomo, non ci si può limitare a ‘leggerlo’. Forse in quanto nella lettura ci vedo ghost writer o correttori di bozze, ci vedo l’autocensura e i ricordi mancati. Io, dopo aver letto una vita del genere, vorrei riviverla con le parole del suo protagonista. E vorrei vederlo nelle scuole, alle università, nelle cliniche di recupero di depressi sociali. Io lo vorrei sentire motivare, smuovere le masse semplicemente raccontando la sua storia. La storia di un bambino che guardava il mondo dalla sua finestra e non si limitava a vederlo passare. Lo osservava fino in fondo, fino al minimo dettaglio. Per scoprirne i perchè, per analizzare quanto la distanza delle piante, l’una dall’altra potesse influenzarne il colore d’insieme. Per scoprire, crescendo, come dalle esigenze delle persone, dai loro bisogni, possa nascere una creazione. E come una creazione adattata al singolo, possa diventare mille creazioni che rispondano alle esigenze del mondo.

Nerio aveva qualche anno appena quando sentiva gli zii parlare di affari. Quando capiva il potere della parola e dell’onestà. Crescendo, a questi due ingredienti aggiunse l’umiltà e, assunto in una delle più importanti aziende della Cesena degli anni ’70, iniziò a diventare ‘grande’ partendo dal gradino più basso…

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Qualche giorno fa un amico 40enne mi ha detto di aver evitato di mandare un cv perché l’offerta di lavoro non corrispondeva ai suoi valori morali. Che il suo analista ha commentato il suo atteggiamento come “evitante” e che, a quel punto lui ha mandato il cv consapevole del fatto che, alla sua età, sarà difficilissimo che qualcuno lo chiami…

Nerio voleva fare lo stilista. Un umile ragazzino di provincia ambiva a fare lo stilista negli anni ’70. Per farlo mandò una lettera ad Armani e ancora oggi, quella lettera non ha ricevuto risposta. Nerio, allora, entrò nella più grande azienda di cui sopra. Il suo compito era analizzare i marchingegni che pesavano la frutta e trasformare le unità di misura americane in metriche italiane (Nerio se mi leggi abbi pietà: io di meccanica e misure so ben poco!). Nessuno dei dipendenti di quell’azienda voleva fare quel lavoro, immagino perchè “non rispondesse ai valori morali” dei lavoratori dell’epoca. Nerio lo fece. E comprese quanto nessuno sapeva. Imparò ad analizzare il dettaglio, a comporre i macchinari e tutto quanto ci fosse alla base della creazione di questi ultimi. Ben presto le sue conoscenze vennero valorizzate dal suo capo, ma soprattutto, da se stesso: Nerio scoprì una palestra, nella quale andava ad allenarsi, assolutamente priva di macchinari per farlo. Lui non sapeva nemmeno che dall’altra parte del mondo questi macchinari ci fossero già, ma sapeva che in Italia mancavano e cominciò a costruirli. Uno per uno. Nel garage di casa. Al freddo.

A 22 anni lasciava il posto fisso per dare vita a quella che oggi verrebbe definita una un start-up, una pazzia (a detta di sua madre) che oggi dà lavoro a 2000 persone, una follia conosciuta ormai in tutto il mondo per la qualità, la cura del dettaglio, l’innovazione dei suoi prodotti e del suo concetto di Wellness (uno stile di vita basato su attività fisica regolare, una sana alimentazione e un approccio mentale positivo). Nel suo libro Nerio parla delle grandi collaborazioni di Technogym con il mondo dello sport (da quella con Milan, Juventus, Senna, Schumacher alle ultime sei Olimpiadi per le quali è fornitore ufficiale, dagli incontri con Bill Gates a Bill Clinton) della costruzione di ogni singolo macchinario per rispondere alle esigenze di ogni singolo personaggio, di ogni singolo uomo.

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Parla di quanto la fame dell’epoca che lo vide giovane lo aiutò nell’impresa di riempire il mondo che lo circondava di tutto quanto a quel mondo mancasse.

Oggi, di fronte a un’idea appena partorita i miei coetanei, io in primis, vado su google e mi arrendo: internet me la presenta già esistente e la mia idea, io con lei, diventiamo superate. Diventiamo piccole e impotenti.

Nerio affrontava un colosso come l’America che, già da tempo, aveva creato quello che lui si cimentò a sperimentare nel garage di casa sua. Lo fece da incosciente? Forse. Ma quando scoprì che dall’altra parte del mondo ci erano già arrivati, quando attraverso le riviste di body building si rese conto che tutto quanto lui avesse creato ex novo esisteva già, lui andò avanti. Pensò a quanto nessuno, in questi anni fatti di agi, comfort e vizi riesce a pensare:

“C’è già? Beh, io lo farò ancora meglio, allora”.


Colpa delle stelle

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Raccontare l’intensità dell’emozione di un lasso di tempo limitato e il cui limite é conosciuto sin dall’inizio é come definire “tragedia”, il palesarsi di una goccia sull’iride di un occhio. Facile. Facilissimo.

Ci era riuscito Shakespeare e ci riuscirà chiunque sappia anche solo superficialmente quali siano gli ingredienti imprescindibili di una buona sceneggiatura: un tot di personaggi interessanti, un ostacolo da superare e un finale che ne determini il genere.

Certo, se poi la trama si snoda tra malattie incurabili e limiti temporali che sanno di oblio, la riflessione sull’esistenza, sul prima e sul dopo, possono rendere un filmetto adolescenziale, un gran bel film.
Parlo di “Colpa delle stelle” di Josh Boone tratto dal romanzo di John Green, con Shailene Woodley e Ansel Elgort.

La protagonista, Hazel Grace Lancaster, si presenta a inizio film con due tubicini per l’ossigeno a decoro di un viso stupendo. I suoi la credono depressa perché lei ha deciso di trascorrere gli ultimi giorni della sua vita a rileggere lo stesso libro, senza troppa voglia di conoscerne altri: di libri, personaggi o storie alle quali appassionarsi.

Il protagonista, Augustus “Gus” Waters,  la incontra per caso in un gruppo per malati terminali. Lui ha superato il suo cancro regalandogli una gamba. Da qui il racconto di una vita infinita in pochi attimi, dove il “sempre” la fa da padrone. Tutto si fa possibile perché la determinazione dei due ragazzi, il loro modo di affrontare la propria malattia, ironizzare sui vestiti da indossare una volta finiti nella bara, o le parole da dedicarsi nell’elogio funebre rendono vivo anche il pensiero di morte, rendono futuro ogni singolo giorno perché aggrappato alla speranza di poterne ancora ridere insieme.

Ho pianto poco vedendolo. Perché più che una riflessione tragica sulla morte, vi ho visto una resistenza accorata ad una vita triste. Dove più triste della vita triste esisteva solo la tristezza di lasciarsi vivere e basta. Senza mete da raggiungere, stelle da racchiudere in un bicchiere di Champagne o infiniti da immaginare possibili.


Non buttiamoci giù


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Nella vita, c’è chi ha il coraggio di buttarsi e chi decide di buttarsi giù. C’è chi va a fondo e precipita e c’è chi resta a galla e sopravvive. Infine, c’è chi vive in apnea, in uno stato che resta in bilico tra le parole non proferite, il respiro trattenuto e l’implosione imminente. Alcuni la chiamano depressione, altri, rinuncia al confronto. Alla scoperta di quanto gli altri ci siano vicini nel nostro dolore. Di quanto condividano le nostre paturnie, i nostri dilemmi esistenziali, le nostre inutili tragedie quotidiane, analizzate da pensieri troppo soli per essere leggeri o troppo condivisi per essere profondi.

E così può succedere che tu sia un Martin Sharp. Popolare. Fra i più famosi e amati di Londra. Che tu conduca il programma del mattino che ti rende il primo volto noto di giornata… E che alla cena di fine produzione una ragazza, una splendida ragazza, versi inavvertitamente il suo vino sui tuoi pantaloni. E che, con la scusa di asciugarti, si avvicini a te. Al tuo naso le sue labbra, al tuo membro le sue mani. Tua moglie, le tue figlie, intanto, si palesano tra i tuoi pensieri. Ma nell’istante di un attimo accade che la lei presente, le sue curve mozzafiato, i suoi approcci seduttivi, vincano sulla sacra famiglia che induce ai rimorsi. E che, nell’atto sessuale, il tuo istinto da uomo attempato, ancora desiderabile per la presunta maggiorenne, ti renda pedofilo. Una condanna, una cella e una pena mai conclusa: fuori dalla galera, il finale del tuo libro è depennato. Il successo, la fama, le tue figlie e la famiglia sono cancellati dal tuo futuro. Il tuo domani si chiama rimorso, il tuo percorso si chiama vuoto, il tuo orizzonte si chiama morte.

Può succedere che tu sia Maureen. Impopolare e invisibile, goffa e umile. Hai sacrificato tutta la sua vita per accudire Matty, tuo figlio disabile. Lo tiri su dal letto, lo nutri, lo lavi. Pulisci le sue feci e riempi le sue giornate di vita che non può vivere, di musica che non può sentire, di squadre per cui non può tifare e che scegli per lui. Sai che le persone vivono di storie e che si svegliano al mattino e affrontano le loro giornate per poterle raccontare. Tu non hai futuro, non hai orecchie a cui raccontare le tue storie né soldi per viverle. Il tuo domani si chiama povertà, il tuo percorso si chiama Matty, il tuo orizzonte si chiama morte.

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O ancora, può accadere che tu sia Jess. Ragazzina ribelle, rabbiosa, spregiudicata e cinica. Hai perso tua sorella, scomparsa qualche anno fa, sei stata lasciata dall’ultimo ragazzo incrociato perché “hai talmente tanta rabbia dentro che a volte è come il vomito e…finché non lo tiri tutto fuori non stai bene” e il senso di abbandono ti fa sentire fuoco. Dominante, libero, feroce e improvvisamente spento, incapace di trovare il suo spazio. Il tuo futuro si chiama cenere, il tuo percorso si chiama fiamma, il tuo orizzonte si chiama morte.

 O che tu sia J.J. Musicista insicuro, sbadato, confuso, inadeguato. Un membro della tua band ha lasciato il tuo gruppo, ti sei ridotto a fare il pizzaiolo e la tua donna non vuole più saperne di te perché non riesci a darle il giusto peso sentendola troppo pesante o troppo leggera, in un autismo che niente ti fa sentire. E che ti convinca di essere malato al cervello a causa dell’alcol perché “50 anni di nulla davanti sono peggio di una malattia”. Il tuo futuro si chiama avaria, il tuo percorso si chiama vuoto, il tuo orizzonte si chiama morte.

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Non buttiamoci giù‘, rivisitazione teatrale liberamente tratta dal romanzo di Nick Hornby, rappresenta ogni ‘io’ venuto al mondo e perennemente in lotta con la vita. Rappresenta ogni singolo spettatore di questo spettacolo ben fatto, registicamente perfetto, dove lo spazio scenico è completamente riempito: dalla voce degli attori, dai loro movimenti di ascesa e discesa da un’impalcatura (la ‘casa dei Suicidi’), metafora di un percorso che va dal desiderio di morte a quello di vita, attraverso l’analisi di scelte mancate, di battute delegate ad altri e di infiniti vuoti da riempire.

 In scena all’EDI Barrio’s di Milano ho visto Ettore Distasio, la strepitosa Marianna Esposito (protagonista e regista della rivisitazione teatrale), Claudia Ciuffreda e Davide Rustioni (supporto alla regia: Alessandro Davoli, assistente alla regia Stefania D’Ambrosio, luci Luca Lombardi): una squadra di attori, quella de La Compagnia TeatRing che, in ogni singola battuta, è riuscita a portare con sé un bagaglio di delusioni, sogni infranti, fallimenti che dall’iniziale voglia di imporre la propria esclusiva legittimità al suicidio, li porterà a mettere in atto un reciproco riconoscimento e ad abbandonare i propri, comuni, intenti di morte.

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Con un linguaggio che palleggia senza sosta tra il ritmo della commedia e la ricerca poetica, la Compagnia TeatRing dà vita ad uno spettacolo che vuole far ridere e commuovere allo stesso tempo prendendo in giro la vita, la morte e la piccolezza del dolore umano. Si passa così dal “Buttati o se vuoi ti ammazziamo” iniziale, a una rincorsa accorata alla vita, quando i quattro protagonisti della storia, di fronte al ‘vero’, inaspettato suicida, ammettono che se non si riesce a superare gli ostacoli, se non si è bravi abbastanza, se non ci si accontenta, non si è comunque soli. Bisogna prendere la propria occasione perché “la morte non basta quando hai vissuto mille vite”.

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 NOTA DELL’AUTRICE: Questo spettacolo dovrebbe essere messo in scena non solo nei teatri e nelle scuole, ma anche in strutture non convenzionali, ad esempio le carceri o nel resto d’Italia se ci fossero degli spazi d’appoggio.
 I finanziamenti? Non ci sono ma… NON BUTTIAMOCI GIÙ! Per chi volesse aiutare questo progetto basta cliccare qui.