La pazza gioia

lapazzagioiaDove sta la felicità? In quale parte del mondo? In che tipo di atteggiamento? In quali riconoscimenti di normalità si può trovare? Sembra essere questo il fulcro attorno a cui ruota “La Pazza Gioia”, l’ultimo film di Paolo Virzì con Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti.

Il film, tra i più belli mai visti dalla sottoscritta, si snoda attorno alla vita di due donne: Beatrice e Donatella.
Beatrice parla. Di getto, a sproposito, senza filtri. Parla quando dovrebbe dormire, quando dovrebbe ascoltare, quando dovrebbe semplicemente stare zitta e rimanere lì dove le cose accadono. Parla da un piedistallo sul quale si è posta da sola e addita tutti come cafoni, inferiori, pazzi. Le sue parole vestono la sua vita distrutta, come i suoi abiti ricercati, i profumi costosi, i gioielli, i calici di vino che non sappiano di tappo ai quali, da sempre, è stata abituata. Le sue frasi calpestano l’umiltà dei suoi spettatori, la mediocrità che la circonda, l’essenza altra che lei non è disposta ad accettare attaccandosi a una superficie che la fa restare, comodamente, a galla.
Donatella piange. Piange da piccola, quando va a scuola. Piange perché di fronte al suo pianto arrivano rimproveri che la fanno piangere. Piange da grande. Piange perché il suo uomo la seduce e abbandona. Piange perché il suo pianto fa sì che le tolgano il suo bimbo. Piange perché il suo bimbo piange. Le sue lacrime vestono il suo corpo fragile, fatto di ossa e pelle, pelle e tatuaggi. Che in una vita dove ti tolgono tutto, la pelle la usi come un quaderno dove le parole possano restare per sempre. Almeno quelle.
Beatrice e Donatella si incontrano in una clinica di recupero mentale dalla quale riescono a evadere per darsi alla ‘pazza gioia’. Le due donne si scontrano con i rispettivi passati, svelando quanta normalità si possa riuscire ad affrontare per precipitare in uno stato di pazzia del genere.

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Beatrice era una ricca possidente trascinata alla povertà da un delinquente capace di sperperarle tutto il patrimonio. Donatella, una figlia abbandonata a se stessa, fragile e insicura, umile e modesta, capace di generare un’unica ricchezza: suo figlio. Ma per una abituata a piangere, è chiaro che anche questo bene non possa durare a lungo. La mamma perfetta deve sorridere sempre. Perché se la mamma piange il suo bimbo morirà di tristezza. E allora è meglio togliere il bimbo alla sua mamma triste piuttosto che insegnare alla sua mamma triste che si può anche sorridere…
Il punto è che alla fine di questo  film assieme a Donatella, piangeremo tutti. Perché quello che voleva dire Virzì,forse, è che la felicità proprio non esiste. E allora è meglio vestire di pazzia ogni forma di finta allegria come ogni forma di vera tristezza. Che se sei pazzo, pazzo vero, ti salva l’etichetta. Ti chiudono in un limbo con altri pazzi che quasi quasi ti fanno pure sentire normale. Se invece ti ostini ad essere normale, a rispettare i ‘normali’ costantemente incrociati sul tuo cammino, finisce che pazzo ti ci fanno diventare. E corri a farti curare o a studiare la pazzia altrui per adeguartici. In un mondo dove non sei che un pezzo di cristallo, dove “non hai ieri, non hai domani e trascini la vita senza fine, senza un attimo di respiro per sognare…”.

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The Danish Girl

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La cosa che più amo nelle mostre non sono tanto i quadri ma la scoperta che posso fare, in minima parte, della personalità dei loro autori. Ricordo che da adolescente vidi la mostra di un vicino di casa. Lo conoscevo da anni e non sapevo assolutamente nulla di lui benché ci salutassimo tutti i giorni. Nei suoi quadri lo vidi per la prima volta. E da allora lo amai perdutamente…

Se volete vedere un bel film e liberarvi da un po’ di magoni accumulali dal disfacimento di ogni utopistica speranza riposta nello Stato Italiano, dopo la questione sulle Unioni Civili, se avete a cuore la vostra parte più triste e se volete darle voce, spazio, sfogo, correte a vedere The Danish Girl di Tom Hooper con il premio Oscar (non vinto ma assolutamente meritato) Eddie Redmayne e Alicia Vikander (oscar come migliore attrice non protagonista).

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La trama si snoda nella Danimarca di fine ‘800 dove l’apprezzatissimo paesaggista Einar Wegener vive serenamente con la moglie bramando di finire un quadro perfetto, la rappresentazione di una visione d’infanzia: quattro alberi si specchiano su un lago, dietro di loro una distesa d’erba. Tutto intorno luci e ombre e colori che variano di stagione in stagione, dal giorno alla notte. E mentre la moglie illustratrice comincia e finisce innumerevoli ritratti, Einar cambia continuamente tela per riproporre sempre e comunque lo stesso paesaggio che non riesce a trovare forma, senso, compiutezza. Un quadro come proiezione del sé, di una identità femminile imprigionata nel corpo di un uomo. Succede, infatti, che, per consentire alla consorte di finire un ritratto iniziato con una modella ballerina, Einar ne indossi i collant, le scarpe, ne assuma le pose e si scopra assolutamente a proprio agio in quegli abiti. Di lì a poco il protagonista (che odia indossare le maschere per presentarsi agli eventi mondani) decide, appoggiato dalla moglie, di accompagnarla ad una festa travestito da donna, spacciandosi per Lili Elbe.

Da questo momento Einar entra in un loop delirante in cui il proprio io fa i conti con un principio di realtà, con delle regole di accettazione e di omologazione che, difficilmente, riescono a tenerlo in vita, in carne. Viene, infatti, sottoposto a diverse visite mediche. C’è chi lo trova gravemente malato in quanto omosessuale, chi schizofrenico. C’è chi vieta a sua moglie di assecondare la sua voglia perversa di vestirsi da donna, c’è chi tenta di internarlo. Nel mondo attorno, solo sguardi di disgusto e disapprovazione. Finalmente un luminare trova nella sua storia elementi di normalità: Einar è semplicemente e tragicamente Lili, una donna malcapitata nel corpo di un uomo. Il medico lo sottopone a diversi interventi di chirurgia sperimentale per cambiargli il sesso. Nella Danimarca dei primi del ‘900 Einar diventa il primo transessuale della storia (riuscendo a ottenere il riconoscimento legale del suo nuovo sesso e il cambio di nome).

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Questo film è stato vietato ai minori di 14 anni. Io lo inserirei tra le materie obbligatorie nelle scuole elementari. Lo strepitoso Eddie Redmayne è elegante, raffinato, tenero e fragile. È una donna nel corpo di un uomo, è un quadro che non trova forma: nei sorrisi, nei pianti, nell’attitude con cui posa le mani sulle ginocchia o mette a posto i capelli, nella disperazione post-operazione. Non si può uscire dal cinema che con l’istinto di proteggerlo. Dalle brutture di chi definisce la sua condizione una malattia, da chi vieta questo film dove di fisico, morboso, pornografico c’è solo il pregiudizio di chi lo guarda.

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A fine film il quadro incompleto trova, finalmente, una sua forma. Einar diventato Lili sogna di stare tra le braccia della sua mamma come una bimba. Nell’accettazione silente della sua compagna di sempre, di colei che muove e scuote e permuta ciò che da solo non riesce a cambiare, c’è l’ascolto illuminato di un’intera società che finalmente comprende. E che chiaramente non può essere rappresentata dall’Italia del 2016.

Vietate questo film quindi. Evitate di vederlo e restate al sicuro, nelle vostre case prive di quadri, fatte di visioni incomplete e pregiudizi certi.


Tutti salvi: addio stepchild adoption! 

  
Oggi lo Stato italiano si preoccupa di creare un futuro che presupponga risposte moralmente adeguate alla domanda: “perché ho due papà?”. E, affinché questo tipo di quesiti non vengano posti, affinché alcun bambino venga sottoposto al trauma psicologico dell’inadeguatezza alla normalità condivisa, lo Stato italiano si sta muovendo, sin da subito, nella persecuzione di un obiettivo alto, altissimo: il raggiungimento di quello stato di Motore Immobile che solo il Dio di Aristotele era riuscito a interpretare. 

L’Italia resta ferma. Il mondo corre e si evolve ma l’Italia, per preservare il futuro dei prossimi noi, difende a spada tratta il principio deontologico di eterosessualità quale presupposto per la procreazione, al fine di non turbare la fiducia nel futuro, nello Stato, dei cucciolini che verranno.  

Quando mia nipote crescerà le racconterò, quindi, che lei é fortunata, perché ha una mamma e un papà e che ci sono tantissimi bimbi che, invece, sono costretti a vivere con due mamme o due papà. Che lei può avere, agli occhi dei compagni di scuola, un papà che le fa vedere le partite e una mamma che le stira le camicie mentre ci sono bambini molto sfortunati che hanno tantissime camicie stirate ma nessuno con cui vedere una partita e altri che, poveretti, sono costretti ad andare in giro con tutte le camicette sgualcite e che passano le serate, sempre e sempre, a vedere delle noiosissime partite. E se obietterà (perché quella furbina di mia nipote obietta già ora che ha solo due anni) che il mio discorso non ha senso, che la famiglia non la fanno i luoghi comuni e che i bimbi non si fanno tutte le menate che ci facciamo noi grandi, io, spiegatemi un attimo, cosa le dovrei rispondere? 

Quasi quasi lo vado a chiedere a Renzi… 


Inside Out

É esistita, tempo fa, la credenza per cui i cartoni animati fossero stati creati, così come le fiabe, per i bambini. Per raccontare a questi ultimi la realtà, il tragico, drammatico vivere, il susseguirsi di incontri, delusioni, disillusioni, amarezze, in una dimensione semplice, fruibile, accettabile anche dai più piccoli. Poi, immagino si sia compreso quanto grandi siano le menti dei bambini, quanto avanti i loro pensieri e quanto piccole le riflessioni di quei superficiali dei grandi e tutto si é capovolto. Sono nati, così, i cartoni per i grandi. E mentre i piccoli cuccioli spolpano “Signori degli anelli” come un tempo i grandi facevano con “Pimpa”, i grandi piangono, ridono e si entusiasmano davanti ai cartoni. E non é neanche detto che li capiscano appieno… 
Ho visto “Inside out” di Pete Docter. Non credo ne avrei potuto apprezzare certe morali se non avessi fatto un breve percorso di studi psicoterapeutici nel corso della mia vita. E non credo nemmeno che grazie a quest’ultimo io l’abbia capito veramente, ma provo, comunque, a darne una mia, umile, interpretazione.

 
Passiamo l’infanzia a cercare i sorrisi. Apriamo gli occhi, appena nati e quello che ci insegnano, ciò che rende gli altri entusiasti, fieri, orgogliosi sono i nostri sorrisi in risposta ai loro. E non c’é parente, amico o conoscente che non gioisca per le risate che ci provoca. Ma arriva un momento in cui la tristezza ci si presenta davanti. C’é tanta gente debole che prova a soffocarla con la gioia. Ma una maschera non ti rende forte, ti rende solo. Bisogna accogliere la tristezza per diventare esseri sociali. Per crescere. Per diventare grandi. Solo che questa cosa, a certi bimbi, viene negata troppo presto. E allora succede che i treni dei pensieri si ritrovino spezzati da binari rotti. Succede che nel forzare la gioia le isole della personalità prendano la deriva e che tutto quanto dell’infanzia ci faceva ridere, piangere, immaginare, venga rimosso. Succede che i pensieri base non abbiano più nessuna base. E succede anche che ci senta galleggiare, sopravvivere in vuoti apatici fatti di niente. Di occhi che non vedono. Di cuori che non sentono più, dove niente riesce a servire più a niente.


Credo che ci siano troppi bimbi, me compresa, che fanno fatica a indossare i panni dei grandi. Che piangono davanti a specchi celati da cartoni della Pixar, perché in tutta questa storia di gnomini colorati che dovrebbero far ridere, emerge una grande verità: tutto ciò che evitiamo in quanto brutto, grasso, scuro, triste, pessimista, debole, umido, tutto quanto vorremmo rimuovere o estromettere dalla torre di controllo dei nostri pensieri, é ciò che ci avrebbe permesso di crescere. O forse, di crescere in una valle di lacrime condivise portandoci, di conseguenza, a essere più sereni, sociali, preparati e pronti di così…


La Giovinezza di Paolo Sorrentino

Ciò che dà valore a un film, per la sottoscritta, è la capacità di mantenere l’attesa, quella volgare suspense che preferisco definire curiosità, amore per il sapere, filosofia. “La Giovinezza”, l’ultimo film di Sorrentino, con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, è una bella lezione di filosofia, raccontata da parole, frasi, dialoghi, canzoni semplici, talmente semplici da rasentare, a volte, il ridicolo, contrapposti al solito manierismo della forma registica, della fotografia, degli effetti sonori del vincitore premio oscar.

Ma se ne La grande bellezza Sorrentino sublimava soprattutto la vista, ne La Giovinezza, il regista sembra voler dare molto più risalto all’udito. Guardandolo, sentirete il rumore dei piedi sul terreno, la cartuzza sfregata a mo’ di strumento, gli argini delle piscine rotte da corpi giovani, vecchi, adiposi, perfetti, stanchi o dimenticati che infrangono l’acqua ferma del presente. Sentirete l’incombenza di un futuro prossimo, fatto di ricordi mancati, di rimpianti, di scoperte che fanno rumore. Che fanno pensare. Che fanno piangere a patto che, in sottofondo, ci sia la giusta musica: l’unica che, senza spiegazioni, riesca ad emozionare.

  L’azione si svolge in un hotel svizzero dove un ex direttore d’orchestra sulla via della vecchiaia trascorre giornate di apatico relax assieme all’amico e coetaneo regista. I due anziani, nei loro ricordi dimenticati, nella loro attenzione morbosa verso i clienti dell’albergo, diventano assieme al pubblico, spettatori e protagonisti passivi di una scena che non vuole decollare. Che non vuole levitare. Perché non può. Perché, dirà a metà film una bambina, “non ci sentiamo all’altezza di niente”. Tutto scorre lento davanti agli occhi dei due amici cercando di procurare emozioni e nel rivedere la giovinezza altrui, nel sentirla raccontare dalle parole dei propri figli, i due protagonisti si rendono conto di aver dimenticato tutto e di non aver lasciato nulla neppure nelle memorie degli altri. I figli altri. Le attrici altre. Le mogli altre. Le vite altre.

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Forse solo chi vive i nostri tempi come ostaggio di malinconie, chi affligge i propri pensieri con domande sul perché del tutto e, soprattutto, del niente, può apprezzare Sorrentino che è riuscito a raccontare il “nulla” con La grande Bellezza e riesce a descrivere La giovinezza con gli occhi di chi la vita l’ha vista passare e può ricordarla, invidiarla, o gettarla semplicemente via, da lontano.

Da vecchio.


Birdman

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Vedere un film è vivere una storia. Puoi farlo con la coccola di un’immagine fissa, di un master rateizzato in inquadrature che il regista ha saggiamente scomposto per non farti perdere nemmeno un punto di vista. Oppure no…

Birdman di Alejandro González Iñárritu, con Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Andrea Riseborough, Amy Ryan è la storia di un operatore cinematografico e della sua steadicam. Di 30 giorni di ripresa ‘a mano’, di corse all’indietro, in avanti, di eleganti pirouettes attorno ai protagonisti e poi di fronte a loro. Di un movimento costante, di una vita in bilico, di una visione instabile. Di “chi si è?” veramente e fintamente e di quanto si possa costruire o distruggere se l’aspettativa è unicamente la viralità delle proprie azioni e la possibilità che gli altri le definiscano “all’altezza” di quel nulla omologato.

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Dopo l’amaro in bocca lasciatoci da “La Grande Bellezza” sulla greve superficialità dei nostri tempi, arriva un altro film capace di stupire, appassionare, amareggiare sulla condizione umana, si ritorna a un esistenzialismo che vede nella precarietà, nella finitezza e nell’estraneità le uniche condizioni possibili dell’uomo moderno.

Riggan Thompson fonda la sua esistenza sulla celebrità, mai sulla comparazione intima. Emblema dell’uomo moderno, il protagonista si sente maschio, padre, marito, attore nelle impression che genera, nelle prime pagine che gli dedicano, nelle messe in scena pregne di emozioni reali rispetto a una vita di apatica finzione. Il suo intento è portare avanti uno spettacolo in cui crede da solo, ammaliare la peggiore delle critiche con gesti al limite del macabro, arrivare ad ipotizzare un suicidio in scena pur di risultare “un bravo attore”. Attorno a lui esistenze che passano cariche di cinismo, prive di filtri e censure, dove il confine tra verismo e fantascienza stenta a definirsi, dove appare più grottesco un tweet che immortala una faccia ingessata rispetto a un uomo volante.

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Birdman evita allo spettatore e, in primis, ai protagonisti, la facilità di uno storytelling facile, di una lettura semplice, di un film scontato. Se vuoi evitare l’abitudine puoi guardarlo e stupirti. Preparati al più fecondo dei mal di testa, a mettere in “pausa” ogni 20 minuti per dare tregua agli occhi e a stupirti di fronte a tutto: a quel piano sequenza che piano sequenza non è, a quegli attori che sembrano aver vissuto in un reality fatto di due ore di battute scandite da un “Motore, azione!” e da un “Buona” finale. E poi, a fine film, prova a leggere le recensioni di chi di cinema ne sa veramente qualcosa: capirai di non aver capito niente. E che Birdman merita mille Oscar anche e solo per questo…


The imitation game

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Esiste un gioco: un uomo pone una domanda a un altro uomo. Dalla risposta di quest’ultimo, il mittente capirà se a rispondere sia un uomo o una macchina. Se una macchina possa avere l’intelligenza di un uomo, se essa possa, dunque, pensare o se, invece, un uomo possa avere la freddezza di una macchina. Se egli possa lasciar correre. Vivere nella solitudine di un universo altro. Se egli possa superare l’incomprensione di chi non è ancora pronto, di chi corazza la propria ignoranza con la fobia e la condanna. E se la risposta non fa dell’uomo una macchina, la condanna sarà comunque dettata dalla fobia. L’uomo nasce pecora, non c’è niente da fare. Lo spiegava già Omero quando, per salvare il suo Ulisse dalla caverna del ciclope lo fece ricoprire del suo manto. E lo sottolinea Morten Tyldum in “The imitation game“, la trasposizione cinematografica di una storia drammaticamente vera.

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Nel corso della seconda Guerra mondiale, gli inglesi cercano di decifrare il codice ‘Enigma’ con il quale le potenze dell’asse comunicavano i propri prossimi passi. Alan Turing, matematico, crittoanalista, genio incompreso, finisce a capo del team di ‘decriptatori’. Si oppone ai colleghi intenti a decifrare il codice di una macchina con una mente umana, realizzando una macchina capace di combattere ‘Enigma’ ad armi pari. La sua macchina, la prima forma dell’attuale computer, raggiunge l’obiettivo prefissato: decifrare le comunicazioni nemiche e anticipare la fine della Guerra, salvando circa 14 milioni di persone. Per Turing non ci furono medaglie, riconoscimenti, aumenti di stipendio. Turing non era una pecora. Non sapeva fingere di provare simpatia per chi riteneva inferiore. Non sapeva arrendersi di fronte ai no e, cosa ancora peggiore, riteneva che “la violenza esista perché provoca appagamento ma se le togliamo questo appagamento non ha più ragione d’essere”. Turing veniva picchiato sin da piccolo. Umiliato da grande. Ma la sua freddezza, quella corazza d’indifferenza con cui copriva ogni sua fragilità, lo rendeva destinatario perfetto del detto: “A volte sono persone che nessuno può immaginare a fare cose che nessuno immagina”. Lo rendeva, quindi, detestabile.

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Anni dopo l’impresa eroica compiuta da quest’uomo egli venne condannato per “perversioni sessuali”, oggi meglio conosciute col nome di “omosessualità”. Poteva scegliere se passare due anni in prigione o se sottoporsi alla castrazione chimica. Scelse la seconda opzione per poi suicidarsi nel 1954. Da allora ci siamo persi anni di invenzioni mai nate. Ci siamo persi un’evoluzione tecnologica che avrebbe potuto raggiungere decenni fa, traguardi ancora inimmaginabili. Ci siamo persi i nobel, le medaglie, gli onori che non gli furono dedicati. Ci siamo persi i corsi universitari che non ci ha potuto presentare. Ma abbiamo un mondo salvo. Un bellissimo mondo di pecore salve grazie a un ‘pervertito’ in meno.